“Venerdì 12 giugno ero già sveglia alle sei. Si capisce, era il mio compleanno!  Ma alle sei non mi era consentito d’alzarmi, così dovetti frenare la mia curiosità fino alle sei e tre quarti. Allora non potei più tenermi e andai in camera da pranzo…”

 

Anna Frank inizia a scrivere il suo Diario il 12 giugno del 1942. Gliel’hanno regalato per il suo tredicesimo compleanno. Da ormai nove anni la sua famiglia, prima residente a Francoforte, si è trasferita ad Amsterdam a causa della salita al potere di Hitler, nella speranza di sfuggire al nazismo e alle nuove leggi razziali.

I primi mesi, i primi capitoli, sono riempiti di tutto ciò che il diario di una ragazzina tredicenne dovrebbe contenere: le prime cotte, gli amici, la vita scolastica, le gioie e i piccoli dolori adolescenziali. Eppure, già in queste pagine traspare il conflitto: il conflitto tra il tentativo di mandare avanti la propria vita in maniera normale e la catastrofe incombente, la persecuzione nazista ormai alle porte, la minaccia che anche quell’ultimo nido sicuro presto sarà spazzato via.

 

 “Ora ci tocca raccogliere ogni pezzo della vita che amavamo, quel tanto che basta per darci la forza di andare avanti.”

                                         (Neutral Milk Hotel, Holland, 1945)

 

Già dal 1940, infatti, le leggi di restrizione tedesche hanno infettato anche i Paesi Bassi. Anna si è vista costretta a cambiare scuola per frequentarne una per sole ragazze ebree, si è vista imporre il divieto di andare al cinema…

La sua condizione presenta così due facciate, due lati di quella medaglia che è la sua vita. È come se avesse due teste, Anna, che guardano in direzioni diverse, che in direzioni diverse cercano di trascinare la sua anima: un’anima divisa tra il desiderio di normalità ed una spensierata illusione da una parte; e dall’altra, la saggia, amara consapevolezza che solo di illusione si tratta. La sua natura ottimista cerca di non lasciarsi scoraggiare dal mondo che va in frantumi intorno a lei. Continua a sperare.

 

Col passare del tempo, anche l’illusione si sgretola. Nel 1944 Anna ha quindici anni; ogni sera ascolta, assieme agli altri abitanti dell’alloggio segreto in cui vive, trasmissioni radiofoniche clandestine. Radio Orange, la radio del governo olandese in esilio,  mette Anna a conoscenza della situazione del popolo ebraico e dell’Europa in generale; la radio rappresenterà per la ragazza un ricettacolo di pensieri e ideali, alla pari del suo Diario, divenuto ormai il suo più intimo amico. La sua penna si tinge di consapevolezza: il Diario dovrà diventare una testimonianza dell’orrore nazista.

Il 4 agosto, la tragedia si concretizza. La Gestapo viene a conoscenza del nascondiglio dove Anna si rifugiava assieme alla sua famiglia e altre quattro persone. La ragazza è separata dai genitori (solo il padre sopravvivrà alla permanenza in campo) e deportata a Westerbork, poi ad Auschwitz, ed infine a Bergen-Belsen, dove morirà di tifo nel marzo del 1945,

 

“…con la sola sorella accanto a lei, appena poche settimane prima che le armi arrivassero e piovessero addosso a tutti”

 

Alla fine della guerra, Miep Gies – la donna che protesse la famiglia Frank durante il suo clandestinaggio olandese – riconsegnò ad Otto, il padre di Anna, i manoscritti che la ragazza aveva lasciato nell’appartamento. Dopo una prima versione dattiloscritta destinata a pochi intimi ed una nuova, riveduta e corretta, Otto affidò l’opera al suo amico Albert Cauvern, che apportò ulteriori modifiche alla punteggiatura, all’ortografia, oltre ad aggiunte e tagli.

Nel 1947 il Diario fu pubblicato nella sua prima edizione olandese.

L’accoglienza iniziale fu fredda, scettica. Ci volle poco, tuttavia, prima che gli orrori della Seconda Guerra Mondiale fossero scoperchiati, uno dopo l’altro, e ogni testimonianza dell’atrocità nazista fosse considerata un tesoro. Tra tutti questi documenti, il Diario di Anna Frank è prababilmente il più famoso e il più amato.

 

La rilevanza che il Diario ha avuto a livello culturale si è espressa negli ambiti più disparati, dalla pura storia (chi di noi non l’ha studiato a scuola?) al cinema, all’arte…

E, naturalmente, nella musica.

 

L’album In the Aeroplane Over the Sea vede la luce in un particolare momento della vita di Jeff Magnum, leader della band americana Neutral Milk Hotel. Si è appena concluso il tour per l’album On Avery Island e Jeff viene raggiunto ad Athens dal suo amico, nonché compagno di band, Scott Spillane. L’amore ed il conforto creati da quel clima familiare e caloroso saranno la base su cui Jeff inizierà a lavorare al nuovo album, che uscirà nel 1998. Assieme a tutto questo, la principale fonte d’ispirazione per Jeff resta il Diario di Anna Frank.

Di primo acchitto, tuttavia il rapporto che lega il Diario a In the Aeroplane Over the Sea pare confuso, poco definito. L’album non sembra parlare direttamente della Seconda Guerra Mondiale, tantomeno della Shoah; infatti, l’argomento guerra viene trattato direttamente in una sola canzone, Holland, 1945, e in pochi altri brani ci sono rimandi vaghi, impliciti:

 

“So che hanno seppellito il suo corpo assieme a molti altri: sua sorella e sua madre, cinquecento famiglie…”

                   (Oh, Comely)

 

Oltre a questo, riferimenti diretti ad Anna Frank sembrano mancare, se non un vago rimando al suo fantasma:

 

“Ci sono luci tra le nuvole, il fantasma di Anna è tutt’attorno, sento la sua voce mentre mi rotola dentro e squilla attraverso me…”

                                                          (In the Aeroplane Over the Sea)

 

Nulla, insomma, che possa conferire al Diario la tanto decantata veste di musa ispiratrice per il musicista.

Il trucco sta nel leggere le due opere, libro e disco, con occhi diversi.

Perché Magnum non ha composto un album sulla guerra, sulla Shoah, sugli orrori dell’Olocausto. E perché non l’ha fatto? Perché il Diario di Anna Frank parla di molto altro, e lui l’ha capito.

Magnum cercava uno specchio che riflettesse il suo mondo interiore, i suoi sentimenti più intimi e fragili, le sue gioie e i suoi timori, la paura della morte e l’amore per la vita. E tutto questo, l’ha trovato nelle pagine del Diario: il diario di una ragazzina il cui processo di crescita, già difficile di per sé – chiunque sia stato adolescente lo sa – è minacciato da un mondo ostile; e contro questo mondo, la difesa migliore sembra essere quella di mettersi a scrivere, di far sanguinare la penna al posto nostro; è l’unico modo per non perdere la speranza.

È soprattutto di crescita, del campo minato dell’adolescenza, che parla In the Aroplane Over the Sea. Si apre con The King of Carrot Flowers, una cavalcata di quasi sei minuti divisa in due brani e tre atti che, tramite immagini spesso criptiche e oscure, parla delle difficoltà della vita familiare, di dolore e delle prime esperienze sessuali, alternando immagini feroci

 

 “Tua madre beveva finché non riusciva più a parlare, e papà sognava tanti modi diversi di morire, ognuno dei quali era troppo perché lui osasse anche solo provarci”

 

a momenti di incredibile dolcezza

 

“… e da sopra di te sono affondato nella tua anima, in quel luogo segreto in cui nessuno osa andare”

 

Quindi, uno spartiacque che, al grido di “Ti amo, Gesù Cristo”, una specie di epifania mistica ripetuta ad oltranza sulla base di un banjo scordato, ci introduce alla seconda parte della canzone, un rush frenetico che sembra essere un inno alla vita:

 

 “Galleggerò finché non avrò imparato a nuotare…” , “Urlerò finché non capiranno cosa voglio dire…”

È poi il turno della title track In the Aeroplane Over the Sea, una ballata dolce e nostalgica, una celebrazione di amore, di pace interiore ed universale; considerata da molti il vero e proprio manifesto melodico ed ideale dell’etichetta discografica Elephant Six, la canzone è uno dei momenti di maggiore serenità ed ottimismo all’interno di un disco controverso, a volte perfino tormentato. Il fantasma di Anna, qui nominata esplicitamente per la prima volta, è una presenza rassicurante, benevola; più che lo spettro di una carneficina, sembra incarnare lo spirito di utopica pace a cui la canzone anela.

 

Segue Two Headed Boy, e tutto d’un tratto il disco raggiunge vertici di intensità insospettabili. Sulla base di uno strumming di chitarra acustica sanguigno ed incalzante, Magnum canta del ragazzo a due teste: un everyman, o meglio un everyteenager. Una testa guarda al passato, una al futuro incerto, una affronta la realtà, l’altra si perde nel sogno. Vive in una campana di vetro, una culla in cui può galleggiare dolcemente, ma dalla quale lotta, seppur debolmente, per uscire, o forse anche solo per farsi sentire.

 

“Riesco a sentirti mentre picchietti sul tuo vaso; sto ascoltando per capire dove sei…”

 

La campana di vetro potrebbe rappresentare anche la stranezza aliena del ragazzo: nei vecchi luna park non era insolito incontrare tendoni piene di stranezze racchiuse in misteriosi vasi di vetro, immerse in un insondabile liquido colorato…

Probabilmente Magnum parla di sé, in questa canzone. Ma si ha quasi l’impressione che la sua figura si fonda con quella di Anna; Anna l’adolescente, Anna la ragazza. L’immagine di scoperta sessuale “ci toglieremo i vestiti” si colora di toni macabri nel verso successivo, “intrecceremo le nostre dita tra le tue vertebre”: parole che evocano il malessere di una magrezza ossessiva, forse la stessa magrezza di un deportato; ma anche la tenera, innocente scoperta di un corpo fragile ed estraneo.

 

The Fool è uno strumentale breve, ma in grado di lasciare il segno. Pur non essendo, con ogni probabilità, la traccia del disco che più resterà impressa, è ben lontana dall’essere un banale riempitivo. Si collega direttamente a Two Headed Boy, allacciandosi al lamento di Magnum in procinto di sparire, riempiendo il silenzio con una tromba solenne e cupa, quasi minacciosa, accompagnata da una marcia di batteria. Il brano si fa più malinconico nel bridge, per poi tornare ai toni precedenti.

Infine la tromba si placa, la batteria si stanca. Gli strumenti vengono depositati, c’è un breve istante di silenzio.

Poi, un accordo di Do strimpellato su una chitarra acustica, seguito da one, two, three, four

 

Holland, 1945 è la sesta traccia dell’album, ed è quella su cui intendo soffermarmi maggiormente.

È il brano più vivace ed incalzante del disco, un bizzarro vertice rock all’interno di un album dai toni suggestivi e malinconici. La chitarra acustica è subito sostituita dall’elettrica accompagnata da una batteria pestata, entrambe poi sovrastate  dal cantato sguaiato di Magnum. Seguiranno quindi i fiati, degni di una banda di mariachi, e ancora chitarre, e latrati…

Ma la vitale allegria della melodia non deve trarre in inganno: con Holland, 1945 l’album tocca forse il proprio apice di drammaticità e lirismo.

Il titolo è in realtà la fusione di due possibili titoli a cui J.M. aveva pensato: Holland, come la nazione in cui Anna Frank visse i suoi ultimi anni, e 1945, come l’anno in cui la ragazza morì.

 

“L’unica ragazza che abbia mai amato” canta Magnum “è nata con gli occhi ricoperti di rose. Ma poi l’hanno sepolta viva, una sera nel 1945, con la sola sorella accanto a lei, poche settimane prima che le armi arrivassero e piovessero addosso a tutti.”

 

Si parla di Anna, è evidente. La ragazza che Jeff ha amato sopra ogni altra pur non avendola mai conosciuta, sentendola come un’anima affine, un’anima che gli ha donato l’ispirazione per un intero disco. Le rose che le coprono gli occhi sono un simbolo di purezza, la purezza e la speranza con cui la ragazza non ha mai smesso, fino alla fine, di guardare il mondo.

 

“Ora è un ragazzino spagnolo che suona un pianoforte infuocato, su orbite vuote intorno al sole, e tutte mi dicono che il mio sogno si è avverato.”

 

Magnum crede nella metempsicosi, nel ciclo delle reincarnazioni, rappresentato dall’enigmatica immagine delle “orbite vuote”. Il che spiegherebbe anche la figura del ragazzino spagnolo: una reincarnazione di Anna, oppure un’altra vittima di guerra, uguale a lei (la Spagna, il pianoforte infuocato, potrebbero essere un’immagine di guerra legata al bombardamento di Guernica, qui disclocata dai Paesi Baschi alla Spagna per licenza poetica). In questi versi la canzone raggiunge livelli d’eleganza altissimi, con  giochi di allitterazione della lettera p (ripetuta tre volta in Spain, playing, pianos) ed f (filled, flames).

 

Il ritornello, che ho citato all’inizio, sembra parlare della condizione di fuggitivi che i membri della famiglia Frank furono costretti ad vivere; del desiderio – o forse del bisogno – di andare avanti a discapito di tutto.

 

La seconda strofa si allontana dal tema della guerra, per dedicarsi ad un evento emotivamente vicino a Magnum: il suicidio di un amico.

 

“Ed ecco che ci facciamo un giro sulla ruota panoramica, col tuo oscuro fratello avvolto di bianco. Diceva che era bello esser vivi, eppure ora cavalca la scia di una cometa, e non tornerà indietro. Il mondo è più bello, guardato da una stella che si trova sopra di voi…”

 

Ancora una volta è presente la ruota, ancora una volta c’è un’immagine di reincarnazione. La morte è trattata con potenza, il dolore si tramuta in bellezza estatica: l’immagine della cometa è di uno splendore sconvolgente. Morte e dolore non devono prendere il posto della speranza. Anche quando il cuore è avvolto da orbite vuote (empty rings around your heart), anche quando il mondo va a pezzi (the world just screams and falls apart).

 

L’ultima strofa sembra tornare a parlare esclusivamente di Anna: ma in realtà prende il tema del lutto, presente indifferentemente  nelle prime due strofe, e lo rende universale.

 

“Qui è dove tua madre dorme, questa è la stanza dove i tuoi fratelli sono nati. I primi dentini spuntati in mezzo alle lenzuola, dove i loro corpi si muovevano e ora non si muovono più…”

 

Le immagini di morte qui presenti sono delicate, tenui; destinate, però, ad essere seguite da un’amara riflessione:

 

“È così triste vedere tutto il mondo concordare sul fatto che preferirebbe vedere i loro corpi coperti di mosche… quando tutto ciò che volevo era far crescere rose bianche sui loro occhi”

 

Il mondo intero sembra aver pianificato la loro morte (ulteriore rimando alla tragedia della Shoah, ma anche un grido di protesta a favore delle vittime di qualsiasi guerra, di qualsiasi violenza), per quanto il cantante abbia fatto del suo meglio per proteggere – con la sua musica, con il suo amore –  la loro purezza.

 

Ho parlato a lungo, eh? E pensare che siamo ancora solo a metà album! Ma In the Aeroplane Over the Sea è semplicemente… troppo. Troppo per un solo articolo. Troppo per una sola persona. Ecco perchè, questa settimana, c’è una sorpresa per voi. Considerate quest’articolo come il primo  atto di una piccola saga. La seconda parte è affidata alla penna di Alessandro Pagni. Ci rivediamo venerdì, su Coffee & Cigarettes.

 

To be continued…

Nicola De Zorzi