Immagino sia capitato a chiunque ami scrivere, o comporre, o dedicarsi a qualsiasi forma di creazione, di sentirsi insoddisfatto del proprio operato. Sai che novità.

Ogni sforzo si è rivelato inutile, il risultato finale è totalmente inadeguato alla fatica fatta per ottenerlo. Nella mia scarsissima esperienza di “recensore” mi sono trovato in questa situazione più di una volta. E, guarda caso (ma non è affatto un caso!) questa sensazione di inadeguatezza e frustrazione è proporzionale all’amore per il soggetto trattato: senti di non essere stato capace di rendere giustizia al tuo sentimento con una scrittura – nel mio caso è solo in termini di scrittura che posso parlare – che non era assolutamente all’altezza delle tue intenzioni iniziali.

Mi è successo quando ho provato a scrivere qualcosa riguardo a Stephen King, e prima ancora a Thomas Pynchon, poi  Masters. E già so che succederà anche stavolta.

Perché l’argomento di oggi è – l’avrete capito dal titolo – Lester Bangs. E dubito davvero di esserne in grado.

Insomma, chi sono io per parlare di Lester Bangs?

Nessuno, ma mi arrogo il diritto di provarci comunque.

E chi è Lester Bangs?

Ok, diciamo che esistono due risposte: una facile ed una un po’ più difficile.

 

Partiamo dalla risposta facile, da Wikipedia. Leslie Conway Bangs nasce ad Escondido, in California, il 14 dicembre 1948, e muore nel 1982, a soli 33 anni, probabilmente a causa di un’overdose accidentale. È stato critico musicale e giornalista freelance, ha collaborato con riviste quali Rolling Stone e Creem, oltre che con un sacco di testate misconosciute. È stato poi musicista all’interno di band quali Birdland e Delinquents.

Bene, il momento-lezioncina di storia è finito. Adesso vediamo di fare le cose per bene.

 

Definire Bangs critico musicale senza avere l’accuratezza di accompagnare questo termine con definizioni quali “il più grande, il più importante, il più influente” e così via, sarebbe già un pessimo inizio. E comunque, ancora non basterebbe a rendere l’idea.

La sua scrittura è influenzata dalla beat generation, da Kerouac, da Borroughs; entra poi  a far parte di quel movimento chiamato gonzo journalism, il cui capostipite è Hunter S. Thompson. La sua figura diventa iconica, immortalata da Philip Seymour Hoffman nel film Almost Famous, cantata da band quali R.E.M. e Ramones. Ha contribuito –  forse in modo indiretto, ma non per questo superficiale, non per questo non era in prima linea – alla coniazione di pre-definizioni quali  punk e grunge, quando tali movimenti musicali ancora non esistevano, o perlomeno non esistevano in modo consapevole.

Il suo stile… come dire, trascende la critica.

Immaginate la faccia degli editori che commissionavano a Bangs la recensione di un disco – margine di parole orientabile intorno alle  700 – per vedersi consegnare pagine su pagine di deliri grafomani da 7000 e più parole, con riflessioni e digressioni e turpiloqui… Immaginatevelo che rifiuta di indorare i dischi dei grandi vip musicali degli anni ’60 e ’70, a favore di etichette sconosciute e band underground (Count Five, Godz, Troggs, Stooges…). Immaginatevelo mentre, con un’espressione folle in volto, consegna nel 1971 un articolo intitolato “James Taylor deve morire”!

 

“EDIZIONE STRAORDINARIA! TRAGEDIA NEL MONDO DEL ROCK! SUPERSTAR SBUDELLATA DA UN CRITICO ROCK IMPAZZITO!! «Ce l’abbiamo fatta», ha boccheggiato Lester Bangs mentre la polizia lo trascinava via dalla scena del crimine. «Abbiamo vinto».”

 

Ostacolato dai suoi capi oppure da se stesso (è pigro, scostante, indeciso al punto da cambiare idea su un disco da un ascolto all’altro), diviso tra la  voglia di pubblicare e la paura di mettere a nudo la propria anima, Bangs “contamina” quelle che avrebbero dovuto essere recensioni, interviste, resoconti di backstage, con memorie e riflessioni, veri e propri racconti su sesso, filosofia, morte…

Nei suoi articoli troviamo tutti i presupposti per una brillante, anche se mai realizzata, carriera letteraria. Aveva in mente di scrivere dei romanzi. Progettava una raccolta di tutti i suoi articoli per Creem. Voleva compilare una

 

 “Cronaca culturale formidabile e ambiziosa che spiegherà fenomeni disparati come la musica da discoteca, gli snuff movies, i Roxy Music, Ben Edmonds, Elton John, il sadomaso, Barry Lyndon, il successo dei sintetizzatori e degli altri strumenti musicali elettronici, il mondo disinibito dei single e altri stili di sesso spersonalizzato che vanno di moda adesso, il desiderio degli esseri umani di trasformarsi in macchine, Metal Machine Music, Shampoo, «The Passenger», Donald Barthelme, le pet rocks, l’innevitabile conquista del mondo da parte dell’easy listening…”

 

E l’elenco è ancora lungo, fidatevi.

 

Restando in argomento scrittura, Greil Marcus fa una considerazione piuttosto interessante, su Bangs:

 

 “Forse questo libro (Guida ragionevole al frastuono più atroce, n.d.r.) chiede al lettore di essere disposto ad accettare il fatto che il miglior scrittore americano sapesse scrivere quasi esclusivamente recensioni di dischi.”

 

E già mi immagino il gelo in chi legge queste righe. Il gelo degli amanti della Grande Letteratura Americana che, forti della loro cultura a base di Melville e Hemingway, Steinbeck e Bellow, Barth e Pynchon, saranno saltati sulle loro sedie di fronte ad un simile oltraggio. Insomma, un critico musicale può anche solo essere considerato uno scrittore?

A mio avviso, sì, per una serie di ragioni.

Partendo dalla più elementare, va detto che Bangs scrive bene. Venendo da me, una simile affermazione può suonare pretenziosa e puramente soggettiva. Ma posso assicurarvi che personalità… un po’ più autorevoli (Wu Ming 1, per citarne una) la pensano allo stesso modo, quindi permettiamoci pure di considerarlo un dato di fatto.

Una ragione un po’ più “profonda” sta nel contenuto.

“Le recensioni?”, chiederete voi.

Non solo, vi rispondo io, non solo.

Perché sì, è innegabile che la maggior parte della produzione di Bangs riguardi la musica, nello specifico recensioni e critiche di dischi. Ma fra le righe dei suoi articoli troviamo molto di più: un occhio attento e clinico su tutte le sfumature della cultura (e controcultura) americana e non, la voce di uno scrittore che tenta di (e riesce a) comunicare molto di più di quanto i mezzi e lo spazio a sua disposizione consentirebbero.

 

Il libro Psychotic Reaction and Carburetor Dung (edito in Italia dalla Minimum Fax sotto il  titolo di Guida ragionevole al frastuono più atroce) è probabilmente la più completa – per quanto ancora parziale – antologia degli scritti di Bangs. Vi sono raccolti molti tra i più sensazionali articoli pubblicati su Rolling Stone, su Creem, Village Voice (non tutti, Lester ha scritto oltre centocinquanta recensioni solo per Creem!) ed è un ottimo modo per avvicinarsi alla mente e all’anima dello scrittore.

Allo stesso tempo, avvicinarsi a Bangs significa avvicinarsi al Rock, sbirciando la scena musicale degli anni ’60 e ’70 da dietro quella poltrona-vip che occupava L.B. Significa guardare con i suoi stessi occhi un mondo eccitante eppure opprimente e gerarchico (lo stesso descritto da Roger Waters in The Wall), significa vivere l’iniziale entusiasmo e poi l’inevitabile disillusione del punk; significa condividere il suo amore per il trash, per i film di serie B e i dischi suonati con i piedi e col cuore.

E, a dirla tutta, significa anche scoprire, imparare, considerare e riconsiderare un sacco di cose nuove.

Nel titolo l’ho chiamato “Vangelo”, tanto per dare all’articolo quel po’ di pomposità che mi suonava bene. E spero di non suonare esagerato, se dico che questo libro è a tutti gli effetti una Bibbia per chiunque si interessi di rock ‘n’ roll e controcultura.

 

Eccoci alla fine, dunque. Come da previsione no, non sono soddisfatto. Avrei voluto dire molto di più, e dire meglio quello che ho detto. Spero comunque di aver reso, nel mio molto molto piccolo, giustizia a quel grande nome che è stato Lester Bangs.

Ciò che mi resta da fare per concludere la presentazione a questo Vangelo, è stilare una lista di Comandamenti (saranno più di dieci): canzoni, omaggi ad album e artisti che Bangs considerava grandi, controversi, imprescindibili… atroci.

E anche stavolta, buona lettura. E buon ascolto.

Nicola De Zorzi