Reassemblage è il titolo di un documentario del 1982 della regista vietnamita Trinh T. Minh-ha che gettava uno sguardo sulla vita nei villaggi rurali del Senegal post coloniale. Visibile anche su Youtube, questo film sperimentale rappresentava un punto di rottura rispetto ai normali documentari: in Reassemblage: From the Firelight to the Screen (questo è il titolo completo) non c’è una voce narrante che ci possa guidare e farci comprendere ciò che vediamo; di conseguenza lo spettatore non può che assistere ad una collezione di frammenti video sulla vita delle popolazione rurali senegalesi. La regista voleva così rimarcare la volontà antropologica dichiarata di raccontare una cultura da noi distante senza distorcerla con il nostro punto di vista ma facendo parlare semplicemente le immagini e quindi i fatti, senza deformarli con la nostra lente.

Il duo di Portland Visible Cloaks, composto da Spencer Doran and Ryan Carlile, omaggia questo documentario sia nel titolo scelto per la loro nuova fatica ma soprattutto per il metodo di lavoro che ha guidato Trinh T. Minh-ha: una raccolta di frammenti sonori non messi alla rinfusa ma con criterio, presentandoli senza filtri interpretativi. “Se interpreti qualcosa, sposti il suo significato” ha dichiarato Doran in una intervista, facendo una analogia con il proprio modo di produrre la musica. In Reassemblage si combina la cultura giapponese (vero e proprio fil rouge dell’album che ricollega al disco precedente dei Visible Cloaks Fairlights, Mallets and Bamboo) e new age specialmente anni 80, in un disco superficialmente assimilabile a quel movimento musicale e culturale nato nel 2010 e non si sa bene se già declinato o ancora in vita che è la Vaporwave. Ma come nota anche Pitchfork, i Visible Cloaks, pur essendoci molti i punti in comune (i riferimenti alla cultura nipponica, un po’ di pop e di glitch, qualche elemento lounge), vanno oltre:  il duo di Doran e Carlile raccatta vari elementi utilizzando ad esempio sample di strumenti analogici folk, “traducendoli” in MIDI e facendoli convivere con sonorità elettroniche ed occidentali, permettendo una coesistenza tra ambient, drone e world music. C’è uno studio dietro tutto questo, e non uno scopo più parodistico e sornione come potrebbe essere quello della Vaporwave: “Quello che vogliamo fare è prendere un po’ di queste timbriche da tutto il mondo e accatastarle insieme per creare questa realtà virtuale dove tutto ciò convive tranquillamente” spiega (ma mica tanto) Doran. Ma c’è di più, ed è un dettaglio che segna la definitiva presa di distanza dalla Vaporwave. Parliamo dell’ispirazione che viene tratta niente meno che dal lavoro del trombettista e compositore Jon Hassell, padre nobile dell’etnoelettronica, a suo volta discepolo di uno dei più grandi compositori ed innovatori della musica contemporanea, ovvero Karlheinz Stockhausen.  Hassell sperimentò la possibilità di creare un suono pan globale, stratificato e minimalista al tempo stesso, sulla scorta di quanto affermava Stockhausen (e che sottolinea anche Doran), ovvero che ogni persona può sperimentare dentro di sé la complessità dell’umanità, avendo in sé tutta la varietà delle culture che si possono esperire e percepire come si desidera.

Se fino ad ora non avete capito una mazza non vi preoccupate. Vi basti sapere che Reassemblage è lo sforzo dei Visible Cloaks di prendere queste idee e non farle rivivere in maniera anacronistica ma di portarle ad un livello ulteriore “con più tecnologia e maggiore attenzione al sound design”. Il duo di Portland si definisce “studenti della musica elettronica” e questa umiltà fa sì che il loro lavoro non sia appesantito da arroganza intellettuale, seppure parliamo di un disco difficile da comprendere. Ma questo è un album che necessita un ascolto non distratto, ci vogliono le cuffie afferma la cartella stampa di presentazione, per poter cogliere la qualità che c’è dietro questo progetto. Qualità dettata dall’attenzione nell’utilizzo della tecnologia e nella cura della progettazione del suono per restituire chiarezza, spazialità, profondità timbrica alla musica. Ecco perché Reassemblage non è semplicemente un mixtape di collage sonori alla rinfusa per darsi un tono da biblioteca di Don Ferrante, ma è molto di più.

Certo, l’impatto con la prima traccia è spiazzante: Screen è composta da frammenti di pulsazioni sonore arpeggiate, suoni d’ambiente sintetici, in cui l’ascoltatore rimane spiazzato perché non ha un punto di ancoraggio sonoro e quando lo trova, scivola via senza poterlo assimilare. Chi non ha un orecchio allenato potrebbe già gettare la spugna, perdendosi quanto di buono c’è più avanti che contribuirà a rendere il quadro di Reassemblage più chiaro. Bloodstream potrebbe far pensare al glitch ad una accozzaglia di errori sonori senza centro tonale, per poi aprirsi all’ambient più canonico, un po’ alla Fennesz, disegnando un paesaggio notturno e malinconico tratteggiato dai synth e dalle incursioni del tsuzumi, una delle tante referenze dirette alla cultura giapponese nonché uno dei vari timbri folk presenti nel disco, come il duduk armeno in Terrazzo, i gamelan bowls (ciotole che percosse producono un suono, tipiche dell’Indonesia) di Mask o i temple blocks di Place.

I brani di Reassemblage sono come una marea che avanza e si ritrae, dove anche le pause tra un frammento sonoro e l’altro hanno dignità di ascolto: convivono nello stesso brano timbriche diverse, arpeggi e scale fugaci (Circle), gli elementi tradizionali vengono trasfigurati dall’elettronica (Skyscraper), momenti più digitali si alternano a sonorità analogiche come i cordofoni di Mimesis, rumori ambientali e concreti convivono con sonorità world music. Un album che inoltre ospita il duo dei Motion Graphics che impreziosisce Terrazzo, il concittadino di Portland Matt Carlson dei Golden Retriever  presente in Neume (il neuma è una notazione della musica medievale che indicava una o più note eseguibili sulla stessa sillaba) e Miyako Koda dei Dip in the Pool (duo giapponese degli anni 80, due piccioni con una fava) protagonista dello spoken in Valve, brano presente anche in versione rivisitata come bonus track dove la Koda offre una versione più cantabile e melodica, trasformando il brano in un delizioso pop ambientale.

Mood più propriamente ambient e meno frammentario nelle altre tre bonus track, che si discostano infatti in maniera netta dalla ricerca presente nel resto di  Reassemblage. In questo lotto bisogna citare necessariamente Imprint, meraviglioso brano d’atmosfera pervaso dal caldo ed avvolgente timbro degli aerofoni che ne conferiscono un allure solenne e maestoso seppur profondamente malinconico.

I Visible Cloaks, in sostanza, mettono a segno il colpaccio: un album di cristallina ricerca e sperimentazione sonora che offre però anche dei piacevoli momenti musicali, in un crinale che corre tra l’elettronica e la world music, tradizione e modernità, senza banalizzazioni e senza interpretazioni che avrebbero potuto deformare il senso di Reassemblage.