Il governo venezuelano è al centro di una grave crisi economica e sociale. Il Venezuela rimane nello stato d’emergenza dichiarato ormai circa due mesi fa, fortemente voluto dal presidente Nicolas Maduro vistosi alle strette. Gli episodi di violenza hanno destato preoccupazione nell’opinione pubblica internazionale – per la verità rimasta poco informata sul nascere e sullo sviluppo degli scontri venezuelani – e la questione che ha tenuto banco è stata la violazione dei diritti umani, in particolar modo nella gestione delle manifestazioni di protesta, soppresse in parte dalle forze dell’ordine e dai sostenitori di Maduro. Il numero delle vittime dall’inizio degli scontri tra civili e militari è salito ulteriormente, superando (e di molto) il centinaio. Ma le conseguenze del declino venezuelano non colpirebbero soltanto il socialismo di Maduro: lo stato dall’abbondante patrimonio petrolifero, se cadesse in “nuove mani filo-occidentali”, porterebbe con sé nel baratro L’Avana.

La stabilità del potere di Maduro – minacciata anche dalle élite militari che hanno costituito un impero economico parallelo al sistema venezuelano – interessa certamente molti attori internazionali, alcuni molto vicini, anche politicamente, come Cuba. Secondo Clara Riveros, giornalista sudamericana della rivista Sud America Hoy, il Venezuela è causa e conseguenza di una sorta di “improduttività economica” cubana. Sostanzialmente L’Avana si tiene in piedi – a stento – con la scarsa produzione di prodotti di largo consumo quali zucchero, tabacco e farmaci. La sua economia è fortemente dipendente dai sussidi e dal petrolio fornito dal Venezuela. Il Venezuela oggi fornisce a L’Avana circa 7 milioni di dollari in sussidi, e soddisfa circa il 61% del consumo di petrolio cubano. Aiuto sostanzioso da Caracas affatto gratuito: quest’ultima infatti riceverebbe importanti interventi nel settore della sanità da parte di medici e gruppi farmaceutici cubani, oltre che le produzioni locali a un prezzo di favore.

Sarebbe possibile la fine di quel Socialismo del XXI secolo, con tutte le conseguenze del caso: la chiusura dei lavori del Foro di Sao Paolo, un’assemblea internazionale di dibattito socialista tra i principali fautori e sostenitori ancora “in forze” (nata nel 1990); la fine del sogno – un tempo un vero e proprio obiettivo politico – di far arrivare il socialismo in tutta l’America Latina. Qualora il Venezuela cadesse, Cuba (e non solo) si ritroverebbe a sostenere un modello politico in stato di abbandono, e crollerebbe un’intera filosofia socio-politica ed economica. Si avvierebbe così un nuovo processo di sviluppo – in una nuova direzione ovviamente – inserita nel contesto egemonico occidentale e capitalista. Cuba comincerebbe a cercare nuove strade alternative all’implosione: la ricerca di investimenti stranieri, la nuova gestione della terra con l’introduzione della proprietà privata (uno di quei diritti ai quali normalmente gli stati si devono adeguare per entrare nel mercato diplomatico) in modo da permettere la libera vendita dei prodotti. Sarebbe un segnale forte per tutti quei socialismi che continuano la “resistenza”.

La sopravvivenza del Venezuela è la speranza più luminosa per il socialismo così come è stato sostenuto da Cuba. L’alleanza tra i due stati in crisi – uno sta vivendo il caos per le strade, l’altro sente sbriciolarsi il pavimento sotto i piedi – è un vero e proprio gemellaggio ideologico, oltre che una solida collaborazione economica. Fermo restando che Cuba è da sempre (dalla Rivoluzione) stata dipendente da attori esterni, dapprima dall’Unione Sovietica – poi venuta meno – e adesso così assetata del petrolio venezuelano, il potere di Maduro resta la roccaforte del pueblo unido per l’America Latina, circondata da una manciata di presidenti e comandanti che vogliono e vorrebbero vedere prospettive floride sotto la bandiera socialista.