Come si inizia a parlare di una storia d’amore finita dopo tredici anni? Magari non chiamandola storia d’amore, che è una definizione sdolcinata, tipo che le dita mi sudano miele sui tasti. Magari un’amicizia, allora, ma questa cosa pure puzza di banale e lasciamo perdere. Sto procrastinando ed evitando il tema principale: dopo tredici anni – metà della mia vita al momento – di costanti letture, ho comprato l’ultimo numero di Rat-Man. Non ultimo nel senso di più recente: è che la saga è finita. Prima di cedere a quel vuoto agrodolce che accompagna la fine di un’avventura, preparerò i fazzoletti e cercherò di andare con ordine. In caso qualcuno non sapesse di cosa sto parlando, inizio con le informazioni di base.

 

Cos’è Rat-Man?

Rat-Man è una serie a fumetti scritta, disegnata e inchiostrata (e letterata, veh) da Leo Ortolani, autore e fumettista parmigiano. La serie, nata nel 1989, fu pubblicata inizialmente come supplemento alla rivista L’Eternauta, per essere poi stampata in una testata propria nel 1995. Già dal titolo e da una prima occhiata al personaggio, il sentore di parodia del mondo supereroistico (in particolare al personaggio di Batman) è inconfondibile. La serie si è conclusa lo scorso 26 settembre, con la pubblicazione dell’albo numero 122.

E vabbè.

Come spiegazione lascia un po’ il tempo che trova. Perché, mettendo da parte questi dati stile Wikipedia, la domanda resta lì, grande e importante e difficile. Insomma:

 

Cos’è Rat-Man?

Faccio fatica, lo confesso, ad uscire dal mio fanboysmo e dare il mio punto di vista in modo obiettivo.

Andiamo con ordine: Rat-Man nasce, dicevo, come serie comica, come parodia. Si articola sullo humour di Ortolani, fulminante e inconfondibile, e  le prime storie sono per lo più autoconclusive, stracolme di citazioni, comparse e camei del panorama supereroistico statunitense tanto caro al buon Leo (chiedi chi era Jack Kirby).

E se lo humour è l’elemento chiave, cosa lo rende così speciale?

 

Il tempo comico sulla tavola

Parlare di tempo comico all’infuori di un contesto performativo suona strano, lo so. Eppure, come disse quel tizio-che-non-mi-ricordo-come-si-chiama-ma-non-importa: in Rat-Man non conta tanto la battuta, quanto il silenzio (e forse la frase non era neppure così, ma il concetto era quello e accontentiamoci). Perché Leo fa spesso uso di un espediente efficace: lasciare un lasso di tempo piuttosto ampio tra una battuta e l’altra all’interno di una gag: vignette intere di stasi, in cui il silenzio si carica di energia comica e il lettore ha il tempo di assimilare quello che ha appena letto, mentre viene lasciato spazio alla pura e semplice espressività dei personaggi (espressioni facciali minimali, eppure incredibilmente eloquenti).

Poi magari capita che il tempo comico venga stravolto, e che ti passino sotto gli occhi intere pagine di gag a mitraglia, e tu non te l’aspetti (e cos’è a far ridere in una barzelletta, se non l’effetto sorpresa?)

L’ilarità che si incontra nelle tavole nel Ratto riesce ad essere incredibilmente fresca, leggera, mai scontata. E poi, nella sua leggerezza, è capace di rigettarti in un’improvvisa serietà, lasciandoti riprendere il fiato, riflettere e – fidatevi – commuovere, con momenti di grande spessore drammatico. Un po’ alla Scrubs, per fare un paragone facile facile.

Rat-Man n. 46, Camera 9

 

Parodia e reinterpretazione

All’infuori della gestione della gag, tuttavia, c’è molto di più. Rat-Man nasce come parodia, l’ho già detto, e molte delle sue storie sono delle parodie dichiarate di libri, film e altri elementi del panorama culturale pop (da Star Wars al Signore degli Anelli, da Matrix a 300). Ma forse, il termine più adatto è reinterpretazione. Perché Leo, nel riscrivere le sue storie, non si limita a sfottere il soggetto originale: ne dà una reinterpretazione secondo la sua estetica e poetica, introducendo i suoi personaggi in un universo alieno, fondendo stili diversi con grande equilibrio. Per intenderci, se una parodia è qualcosa alla Scary Movie, l’operato di Ortolani si avvicina molto a quello che Mel Brooks ha fatto con Frankenstein Junior: omaggi carichi di citazioni, che non sono copiature ma che, lo sanno tanto lo Sclavi del miglior Dylan Dog quanto Tarantino, creano un senso di comunità, ti danno l’impressione di far parte di un gruppo che parla la stessa lingua.

Rat-Man N. 45, Rat-Max

Prendete questa linea d’azione e, dai più disparati soggetti, allargatela all’intero mondo del fumetto: Rat-Man è la risposta di Ortolani alla figura del supereroe, dell’eroe in genere, e al fumetto occidentale tutto.

 

L’universo di Rat-Man

Eppure, eppure:

NON È TUTTO QUI.

E cos’altro può esserci? E cosa succede?

Succede che Leo pian piano matura, e la serie con lui. Col numero 8 si iniziano ad approfondire le origini del Ratto (ogni supereroe ha vissuto un evento segnante che lo ha portato a lottare per il bene dell’umanità, e l’espediente del trauma causato dell’abbandono da parte dei genitori durante una corsa ai saldi in un centro commerciale inizia a stare un po’ stretto ad un personaggio in continua crescita). Si parla di una Squadra Segreta, di una Seconda Squadra Segreta, Ortolani vuole dire la sua sul fumetto supereroistico: Rat-Man diventa qualcosa di simile ad un’autentica metafora su quello che è, a tutti gli effetti, un panorama culturale.

Così la vena parodistica si arricchisce di qualcosa di insolito per un fumetto comico: una trama complessa e articolata. I personaggi vengono approfonditi, se ne aggiungono di nuovi e si fatica a trovarne uno che non lasci il segno (se non mi credete quando dico che Leo è riuscito a dare personalità ad una sedia vuota, andate a leggervi il numero 81 di Rat-Man Collection, poi ne riparliamo).

Quello che viene a formarsi è un vero e proprio universo narrativo, con un intreccio ricchissimo e coeso. Una grande storia con un inizio e, ovviamente una fine.

Copertina di Rat-Man n.122, Quando tutto finisce

 

La fine della saga

E torniamo all’inizio. Che è poi la fine. Al numero 122 (lasciando da parte il semi-falso allarme del tanto agognato numero 100, un po’ misunderstanding, un po’ burla e un po’ paraculaggine). Dopo una decalogia durata due anni, l’ultima grande saga del Ratto – la Saga della Fine, per l’appunto – ha concluso le avventure della creatura di Ortolani. Per chi se lo fosse perso, si è trattato di un arco narrativo fluido e sfaccettato, che è riuscito, nel corso di dieci volumi, a racchiudere tutti gli elementi che hanno reso Rat-Man quello che è (e su cui mi sono già dilungato abbastanza). Non sono così infame da fare spoiler sul finale, tranquilli. Mi basta dire che la soluzione conclusiva è stata scontata eppure sorprendente, nostalgica eppure pregna della maturità acquisita dall’autore.

Solo alla fine (dell’articolo, peraltro) mi rendo conto che la nostalgia che già si fa sentire non dipende solo dalla conclusione dell’avventura, dal fatto di dire addio a un determinato mondo e al modo in cui ero abituato a fruirne. La nostalgia dipende dal fatto che Leo, prima ancora di essere un artista e un narratore, è un grande comunicatore: nei suoi fumetti non si trovano solo le avventure del Ratto ma, leggendo tra le righe, tratti di vita della persona dietro l’autore, vogliosa di comunicarsi al lettore. Senza parlare di tutti quei momenti, dall’editoriale di Andrea Plazzi (non tutti sono in grado di invogliarti a leggere l’editoriale pre-storia, non dite di sì) alle strisce autobiografiche, agli inserti paralleli, che hanno dato alla lettura di ogni singolo numero qualcosa in più: come minimo la sensazione che non una singola pagina fosse di troppo, che non un solo minuto di lettura fosse sprecato. E scusate se è poco (e scusate se vi divento tutto sentimentale, ma si sapeva che sarebbe finita così).

Ora, c’è un solo modo per concludere l’articolo; scontato, inevitabile, spero familiare a molti.

Fletto i muscoli e sono nel vuoto.

 Nicola De Zorzi