E’ una strada senza strisce. O forse alcune, ma sempre consumate.
Quelle di Edimburgo, comunque, se le sono fatte tutte.
Ah, ma fosse solo questo. L’asfalto s’è preso le pedate frenetiche della fuga e quelle assonnate dell’apatia, non c’è più neanche una nuvola che non lo sappia. Dietro le tende della stanza ci sta uno che sbircia, uno che a malapena si regge in piedi, ma riesce ad abbassare la tapparella per fingere che il giorno non sia più.

Le ore si somigliano troppo e passano lente, a tratti, ma sempre troppo rapide fra una dose e l’altra. E l’apertura con Lust for Life non suggerisce altro che questo: il mondo che va a mille un picco dopo l’altro, un ‘mai più’ pronunciato a tempo perso prima che il prossimo arrivi.
E’ il ritratto di giovani anime che non riescono a star dietro al mondo, se non appesi a un filo dell’elettricità attaccato fra pali lerci con due mollette per il bucato.
Gli anni ’80 non sono ancora andati via, hanno lasciato un’umida scia fosforescente come quella delle lumache radioattive e di sente quando, nella sequenza della discoteca, Born Slippy piomba a riempire tutta la stanza.

Un tumulto di pensieri sconci su un divano in discoteca viene rotto improvvisamente dalle note di Atomic degli Sleeper, ‘e con questo, Mark Renton si era innamorato’: sarà il punto più romantico del film. Una canzone dai toni scanzonati rivela scene di una cotta quasi normale, fra centinaia di ragazze lui aveva scelto proprio lei. Il tossico e la ragazzina del liceo.

La sveglia suona troppo forte e non c’è più tempo per aspettare, filosofare sulla vita non porta da nessuna parte, allora si riprende a farsi. ‘Vivere così è un lavoro a tempo pieno’. La sonnolenta cadenza di Nightclubbing narrata dalla profonda voce il cui timbro oscilla fra quello di Iggy Pop ed il fantasma di un allucinato Lou Reed. L’eroina al centro di ogni cosa, distruttrice e mai fedele al proprio nome, e quando anche Tommy arriva a volerla provare non ce n’è più per nessuno. Il primo giorno del Festival di Edimburgo, i cinque sono al bancone del bar e. tra una zuffa con Begbie ai coltelli e l’altra, la canzone finisce.

E’ pieno giorno. L’ultimo beat rotto dal pianto disperato di Allison e il dramma più oscuro: la piccola Dawn è morta da un pezzo, ma loro cosa ne sapevano? Quante ore sono passate dal suo ultimo respiro? Oblio.
Lo rischiano tutti, tutti loro, lo temono più della morte e infatti v’arrivano a tanto così, eppure ogni volta non è mai abbastanza vicina. Una casa fuori dal mondo consumata da un dramma rotto, di nuovo, da un’altra dose: ‘Prepara la roba, Rent’. Non c’è altra cura. L’oblio.

Sing dei Blur conduce di corsa via da quello strazio, reiterando un riff confuso quanto innocuo, non ci porta da nessuna parte, no, stiamo su un tapis roulant a velocità sostenuta di fronte a un muro ricoperto di muschio. E non si va oltre, il wall of sound lo dice chiaramente. I soffici cori atoni di Albarn gli fanno il solletico, e forse neppure quello. L’impasse è inevitabile.

So what’s the worth
in all of this?
If the child in your head
If the child is dead
(Blur, Sing)

Ancora l’asfalto, ancora pedate sconnesse di una fuga da reiterare, e reiterare, e reiterare, ‘perché non importa quanta roba rimedi o quanto rubi, hai sempre bisogno di ricominciare’. Prima o poi, li avrebbero messi dentro. E l’hanno fatto.
Sing sfuma verso una cravatta ben stirata e una sentenza da parte di chi sa che non passerà molto, prima di re-incrociare Rent. In tribunale. Ma adesso è fuori, e avrebbe tanto voluto evitarlo.

Albarn riprende a cantargli nelle orecchie, col pensiero della madre superiora che gli ronza in testa come a voler mettere fine a tutto. I parenti asfissianti, quel nevrastenico Begbie del cazzo, la solitudine. E’ la prima dose dopo una vita e pare essere l’ultima, Rent viene arrotolato in un tappeto e lasciato soffocare sull’asfalto. E le nuvole stanno ancora là a guardare. A Perfect Day.

Due mani su un pianoforte e dei violini che si alzano in volo: non c’è modo migliore per incorniciare un nuovo giorno. Una nuova vita, per Rent? Certe volte, le canzoni sono profetiche, ti lasciano ben sperare e sembri aver ragione, quando riprende conoscenza.
Ma anche con le canzoni, si sa, non si sa mai.

You’re going to reap just what you sow
You’re going to reap just what you sow
You’re going to reap just what you sow
(Lou Reed, Perfect Day)

La serratura della cameretta adolescenziale di Rent si chiude, il limbo dei tossici comincia sulle note di Mile End dei Pulp. Allucinazioni, visioni oniriche, isterismi, fra quattro esili mura di una carta da parati troppo sottile e complice.

E’ una generazione nata senza luce, e quella che c’è la nasconde dietro fitti tendoni scuri in cui s’ammassano nient’altro che aghi.
E’ una generazione che rinnega la luce e la ripudia, inabissandosi nella patetica scusa di un posto sfigato, di una nascita accidentale e disgraziata, di un’apatia troppo forte per non essere curata con una dipendenza. La peggiore.
Ritratto di una fogna umana cui la musica fa da eco ed amplificatore, ma non riesce a rendere meno cruda la spirale di avvenimenti che trascina i protagonisti senza dar il tempo di un respiro.
Protagonisti al centro esatto di un vortice di mancati pentimenti, eterno fatalismo, di mosse sbagliate e irrimediabilmente ripetute, perché sono sempre i moderni ragazzi con la più disperata sete di vita, a correre sfacciatamente incontro alla morte.