Un viaggio in macchina improbabile. Io e mio padre, novembre, destinazione Stoccarda. 7 ore di discussioni e musica. D’un tratto, dopo centinaia di chilometri macinati, mio papà mi guarda ed esclama:”Prova a sentire questo nuovo gruppo”. Cambia artista nella chiavetta USB passando all’ascolto di questa band sconosciuta dal nome Matthew And The Atlas. È il 2013 ed il loro singolo di punta è ancora I Will Remain. Nella nebbia tedesca mi innamoro di quel pezzo e in seguito di quell’Ep. Senza alcun motivo particolare perché infondo i M.A.T.A. sono un gruppo normale; a tratti banale. Ma d’altronde quelli sono gli anni d’oro del revival folk causato dai Mumford And Sons e dagli Edward Sharpe. Ed anche io, sotto sotto, trovo questa musica piacevole.

Lo ammetto con sincerità; il loro primo vero e proprio album del 2014 -Other Rivers- l’avevo apprezzato. Forse più per i ricordi che sopra vi ho elencato, s’intende, ma comunque l’avevo sentito molto “personale”. Nonostante mio padre non avesse poi così tanto amato quella svolta elettronica che ancora in cuor suo non riesce ad accettare. Nel panorama mainstream della musica cantautorale i Matthew And The Atlas sanno comunque il fatto loro.

Uscito nel 2016 il loro nuovo album, dal nome semplice ed evocativo Temple, Elijah (la canzone che avete ascoltato qui sopra) è probabilmente una delle sue hit trascinanti. Ma, soprattutto, un accenno di ritorno alle origini, a quel sound che qualche spirito libero era riuscito ad amare nella sua semplicità. Non il brano del decennio, sia chiaro, ma comunque una canzone che si stampa nella testa e difficilmente se ne potrebbe andare. La bellezza della leggerezza della musica è anche questa.