Le giornate si stanno pian piano allungando, e questo 2017 forse non è così grigio come pensavamo, il tempo del “never a joy” è finito, almeno per quelli che hanno ascoltato il nuovo lavoro di Simon Green, altresì conosciuto come Bonobo, il principino della downtempo. Il giovane lord, cresciuto a pane ed Elliot School, la stessa scuola che ha nutrito la fama dei vari: Four Tet, Burial e Jamie xx, il 13 gennaio, ci ha deliziato con l’uscita del suo nuovo lavoro dal nome “Migration”. Dopo ben 4 anni dall’uscita di The North Borders, Bonobo non si smentisce mai, sfornando una perla di rara bellezza e delicatezza, che vanta collaborazioni importanti partendo da Jon Hopkins per il piano, fino ad arrivare a Chet Faker. Le contaminazioni in questo ultimo lavoro arrivano da ogni parte, valorizzando in tutti i sensi quello che è il significato della parola Migrazione, che in questo senso diventa fusione di stili che lascia il segno. Scegliere un brano per il racconto di oggi è stato particolarmente difficile, non c’è un pezzo brutto oppure meno coinvolgente rispetto agli altri, ogni brano racchiude al suo interno una storia completa ed allo stesso tempo collegata con le altre. Si parte da Migration il brano che da il nome all’interno album, dove troviamo la collaborazione di Jon Hopkins al piano che rende il pezzo intenso ed allo stesso tempo fluttuante rinvigorendo quella che è la dimensione più intimista della musica appartenente a questo genere; dall’esplorazione di  lidi sconosciuti si passa a terre infuocate descritte in Kerala e Bambro Goyo Ganda, nelle quali si fondono ritmi africani che creano una combo strana, ma allo stesso tempo inedita. C’è da dire che la componente pop o per meglio dire “cantata” non manca in questo album, prima fra tutte troviamo Surface con la partecipazione della bellissima voce di Nicole Miglis; Rhye presta la voce per Break Apart ed infine il Nick Murphy per No Reason. Dopo avervi descritto le diramazioni che staccandosi sono “migrate” verso l’esterno,  è bene parlare del corpo centrale di questo gioiello composto da brani come: Ontario, Outlier, Grains ed infine Second Sun i main actors di questo disco. Ontario e Grains sono due pezzi delicatissimi con ritmi antichi e seducenti mentre Outlier, manifesto esemplare e  non futurista di downtempo, è il pre – serata ideale; ora vi starete chiedendo e Second Sun? Beh, Second Sun è il protagonista di questo appuntamento con Tracks, quindi tutti comodi, occhi chiusi e mente vuota, si comincia.

Second Sun ha un inizio accorto e cadenzato, molto lento e sinuoso che si accompagna ad un pianoforte che da impercettibile, con lo scorrere dei secondi, si trasforma in predominante. Intona continui sali e scendi ai quali, ogni volta, si aggiunge uno strumento diverso, una piccola nota che va ad arricchire il vastissimo tappeto sonoro. Dal minuto 2:30 circa, arrivano poi anche gli archi ad alimentare l’intimità e la profondità del brano che però improvvisamente si interrompe creando un vortice che risucchia ogni cosa nella sua immensa spirale, esattamente come all’interno di un uragano dove si viene catturati e lasciati sospesi. La suspance dura solo pochi attimi, quando la ninna nanna fatta di bassi e xilofoni riprende siamo già svegli, purtroppo nuovamente atterrati sul suolo terrestre ed amaramente consapevoli di non essere in un sogno. Questo è capace di fare la musica, ed in questo caso Bonobo.

Elisa Donato