Il progetto di Abel Makkonen Tesfaye, meglio noto come The Weeknd, ha ormai superato le forche caudine della critica, degli adetti ai lavori come i colleghi che fanno a gara per averlo come featuring nei loro dischi e anche del grande pubblico, conquistando anche il palcoscenico mainstream e scalando le charts di mezzo mondo. L’album Beauty Behind the Madness, pubblicato poco più di un anno fa, gli ha consentito di ricevere quella consacrazione che adesso offre a The Weeknd l’opportunità di dare le carte sul tavolo della propria carriera.

E così Starboy (dallo slang jamaicano per indicare qualcuno che è cool o si sente tale nella propria cerchia), terzo disco in studio dell’interprete e produttore candadese, inaugura un nuovo corso (sottolineato anche da un cambio di immagine che sacrifica i dreadlock) con la chiamata a raccolta di un cast di guest star su cui spiccano in primis i Daft Punk e poi Lana Del Rey, Future e l’asso pigliatutto del panorama odierno black, r’n’b e alt rap Kendrick Lamar. Beninteso, tutte persone che godono della stima di The Weeknd: il binomio composto da Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter rappresenta una delle fonti di ispirazione per Abel nonché i suoi idoli per diretta ammissione e che con lui firmano le tracce che aprono e chiudono l’album, realizzate in circa due giorni. Ancora, Lana Del Rey che rappresenta “una delle mie più strettissime amiche nel mondo della musica” (The Weeknd dixit) ed infine Kendrick Lamar da lui definito “un genio”.

Una chiamata a raccolta per un disco che non nasce nell’urgenza di assalire le charts ma che presenta una quota di episodi che potrebbero potenzialmente asfaltare l’airplay radiofonico e web. L’apripista title-track, dai beat oscuri rischiarati dal falsetto di Abel e una presenza molto sfumata dei Daft Punk, ne è un lampante  esempio se pensiamo al successo che ha raccolto: ed è proprio il successo e la fama uno dei temi che dominano questo disco, assieme alla sessualità e al conflitto con il sentimento. Tema trito e ritrito quello dell’artista che dalla sua cameretta dove produce brani do it yourself si ritrova proiettato nello stardom mondiale e che riguarda da vicino il nostro, trascinato in una vita da celebrity che passa da un party hard all’altro (Party Monster e Rockin’: “I’m actin’ reckless baby, I’m ’bout to lose it all /This liquor got me crazy, mixed with that Adderall /I’m focused on the beat, oh yeah”. L’Adderall, per la cronaca, è uno psicofarmaco stimolante che viene normalmente prescritto per curare la sindrome da deficit di attenzione e iperattività) e zompando con allegra disinvoltura da un letto all’altro senza voler stabilire dei legami fissi (ancora Rockin‘, Love To Lay)  o quasi (A Lonely Night, Nothing Without You, Die For You).

Il tutto ragionando sulle conseguenza della fama conquistata in questi cinque anni di carriera (Sidewalks) ed esplosa soprattutto l’anno scorso (Reminder, in cui polemizza per l’accoglienza della precedente hit Can’t feel my face e in cui non riesce a farsi una ragione del fatto che questa canzone, che parla di cocaina e non di una donna, sia stata talmente travisata da vincere un Kid’s Choice Award: ” I just won a new award for a kid’s show / Talking ’bout a face numbing off a bag of blow[…]I’m like goddamn, bitch, I am not a Teen Choice / I am not a bleach boy”) ma ricordando a sé stesso e all’ascoltatore che lui non è un prodotto costruito a tavolino ma un professionista serio che lavora sodo e crede in ciò che fa (“And I sweat too much on the regular” canta sempre in Reminder).

Ma The Weeknd rimane ancora qualcosa difficile da decifrare, in bilico tra il desiderio di sperimentare su strade poco battute e la ricerca (che sia voluta o meno) della fama mondiale certificata dalle charts. L’altro singolo Party Monster è una scarica adrenalinica tallonata da un upbeat lascivo che con quel ritornello-mantra “Woke up by a girl, I don’t even know her name” ti rimane appiccicato e sembra fatto apposta per fare sfracelli nelle radio; anche Love To Lay ha tutte le stimmate del singolone scalaclassifica con ritornello anche qui molto catchy e un bel groove ritmico. Allo stesso tempo si sente la voglia di smarcarsi dall’ovvietà: ne sono riprova brani come False Alarm, loop di batteria e sample (dal brano Y’shebellu della cantante etiope Aster Aweke, presente nel finale) strofe pop e momenti dance punk un po’ alla Peaches sotto anabolizzanti o il curioso mix sperimentale tra generi abbozzati come il dance pop, la new wave e il country ispirato da Dolly Parton e Conway Twitty in Secrets, abbandonando il falsetto, abbassando la tonalità del cantato e citando persino Everybody here wants you di Jeff Buckley nel testo.

Il resto di Starboy offre la presenza di Lana Del Rey – ed è subito Ultraviolence (Party Monster) e Born To Die (Stargirl Interlude) – r’n’b e soul declinato nel calore e nella sinuosità di Reminder, nei toni epici e messianici di Ordinary Life (con un momentaneo ravvedimento del party boy The Weeknd tutto preso dalla fama: “Paid for the life that I chose / If I could, I’d trade it all /Trade it for a halo/ And she said that she’ll pray for me /I said, “It’s too late for me“), nell’elettronica in sospetto di Burial di Nothing Without You (con la partecipazione di Diplo e qualche accenno acustico nel finale).  E poi gli echi voluti o meno di Justin Timberlake in A Lonely Night, Curtys Mayfield in Sidewalks e di Michael Jackson (citato pesantemente) nel finale spensierato di I Feel It Coming, in cui tornano i Daft Punk e a differenza dell’opening track si fanno sentire nel groove funky e nel tocco house anni 80. E un altro omaggio al collega e produttore Future in Six Feet Under, estremamente simile a Low Life del rapper di Atlanta: provate a suonarle assieme, è facile che i due brani, evidentemente prodotti allo stesso tempo, si armonizzino (se non coincidano) tra di loro.

Purtroppo su 18 canzoni si rischia di incappare in una serie di riempitivi (True Colors, Attention, All I Know, Die For You) che zavorrano un album in cui, pur non ritornando alle origini, The Weeknd sembra un po’ meno l’artista destinato ad essere un prodotto di classifica e più un producer che vuole sperimentare e soprattutto esprimersi senza filtri. Tuttavia l’ego spropositato, peccato originale di molti suoi colleghi afroamericani, sprigiona un album troppo denso e a volte troppo prodotto, seppure egregiamente.

The Weeknd non si crea problemi a mescolare generi che spaziano dall’r’n’b, soul, dance pop, funky, electro etc. e così via ma all’ascoltatore alla fine resta il dubbio su chi sia l’artista canadese oggi, quale sia la direzione musicale che vuole intraprendere, a chi si vuole rivolgere, in quali staffe tiene insomma i suoi piedi. Starboy sarebbe perfetto se preso singolarmente, brano per brano al netto dei riempitivi: globalmente ha il fiato un po’ corto, nonostante i beat levigati e lucidati e l’ ormai conquistato carisma nei dancefloor e negli air play globali di The Weeknd.