See my face, not a trace / No reality /I don’t work /I just speed /That’s all I need gridava uno sputacchiante, lurido e sgraziato Johnny Rotten, marcio dentro e fuori nel suo esordio come cantante, dentro uno dei dischi che ha spalancato con una pedata la stagione del punk britannico e ha generato squisite conseguenze, ancora tangibili, nella storia di molta musica pop e rock, e nelle mille declinazioni che ne sono scaturite.
Sex Pistols, la creatura di Malcolm McLaren, nata dichiaratamente come proverbiale gallina dalle uova d’oro e definita poi dagli stessi componenti “La grande truffa del rock n’ roll” (The Great Rock N’ Roll Swindle), mi fa pensare, ogni volta, a Terry Richardson e alla sua (che piaccia o meno) peculiare attitudine fotografica.

Non è casuale l’accostamento con il punk, prima di tutto perché è un genere di musica che ha rappresentato il passato artistico di Richardson per almeno cinque anni, quando militava come bassista nel gruppo The Invisible; e in secondo luogo per la sua provenienza californiana, terra che ha dato i natali a una delle più floride cucciolate che “mamma punk” abbia mai partorito: pensiamo a gruppi fondamentali come Black Flag, Bad Religion, Vandals, NOFX, Dead Kennedys, o a etichette storiche come la Epitaph e la Fat Wreck Chords.
Figlio d’arte, cresce con due tanto ingombranti quanto eccezionali modelli di vitalità, follia e creatività: come madre la stylist Annie Lomax e come padre Bob Richardson, uno dei più importanti fotografi di moda americani degli anni ’60 e ’70.

©Terry Richardson, Batman and Robin, 1998.
©Terry Richardson, Batman and Robin, 1998.
Terry Richardson, Me and Dennis Hopper.

Terry raggiunge il successo in fretta, nel giro di vent’anni arriva a collaborare con le riviste più in voga (da Harper’s Bazar a Rolling Stone, da Play Boy a Vogue) e riesce ad avvicinare e stregare, con i suoi modi irresistibili, una quantità impressionante di icone della cultura di massa, ritagliandosi uno spazio fra le stelle così ampio, da trovarsi perfettamente a suo agio in loro compagnia.
Lo stile delle immagini che produce è ostentatamente semplice (sebbene non sempre lo sia realmente), irriverente, caratterizzato da quella prepotenza giocosa, tipica di chi è abituato a camminare sotto il sole e a non perdersi mai un’occasione.

La luce, che è ormai il marchio di fabbrica dei suoi lavori, è diretta, violenta, quasi schiaccia le ombre e le annulla; i tagli, i momenti fermati nel frame, hanno qualcosa di sporco, come certe distorsioni da pedale e aleggia ovunque un profumo apparente di casualità.
La sensazione entrando nel suo mondo, è quella di avere un nome in lista, per la più selvaggia festa di Hollywood (vi consiglio di mettere alla prova il vostro stomaco con alcuni pseudo-ritratti alla crew di Jackass) con lui, VIP tra i VIP, che ci fa l’onore di scortarci, da esilarante padrone di casa, fra orge di sfacciataggine, fiumi di alcool e “giochi di società”.

Terry Richardson, Adam Driver.
Terry Richardson, Amber Rose and Kanye West.
Terry Richardson, Amber Rose and Kanye West.
Terry Richardson, Jackass.

Ma chi è davvero Terry Richardson? Cos’è?
Se rispondessi istintivamente direi: «un red carpet dove qualcuno ha appena vomitato».
Ma riflettendoci con attenzione non posso negare che, per quanto mi riguarda, fotograficamente rappresenti un mistero: potenzialmente riesce ad incarnare nel suo modo di concepire il medium, tutto ciò che rifuggo e detesto, ma quel suo scattare quasi compulsivo, ossessivo, mi rapisce, mi tiene inchiodato davanti allo schermo come se fossi sotto la maledizione di un pixie, perché è questo quello che sembra in certe sue espressioni infantili e allo stesso tempo terribilmente maliziose.

Un narcisismo inguaribile che funge da ponte fra noi (spesso così simili a lui in jeans, camicia di flanella e occhiali da hipster) e il mondo patinato che, davanti alla sua famosa “macchinetta” e con lui a fianco, diventa meno irraggiungibile, più umano o semplicemente un po’ ridicolo e di conseguenza terreno.
La parola “icona” sta a Richardson come un giocattolo sta al bambino irrequieto: prima sceglie di posizionarsi dall’altra parte dell’obiettivo, insieme ai soggetti che ritrae, interagendo con loro, fiero e imbarazzante, come un follower nelle foto ricordo insieme ai propri idoli ( Me and …, cominciano così le didascalie di questi infiniti autoritratti con personaggi imprescindibili dell’universo di plastica dello Star System); poi riscrive tutto, sapientemente demolisce questo punto di vista e si trasforma lui stesso nell’icona che il personaggio di turno, divertito, si presta a imitare, indossando i suoi celebri occhiali (e alcuni anche la camicia a quadri).
È forse il primo e l’unico caso (almeno fra quelli che mi è dato di conoscere) di fotografo di celebrità che diventa a sua volta un simbolo e un idolo da parodiare.

Terry Richardson, <em>Miley Cyrus</em>.
Terry Richardson, Miley Cyrus.
Terry Richardson, Rihanna.
Terry Richardson, Terry Richardson & Chloe Savigny.
Terry Richardson, Terry Richardson & Chloe Savigny.

Da principio, il suo ritrarre chiunque, sembrava il gesto impacciato di chi stesse inseguendo qualcosa; ma era solo una bugia, nel volgere di una manciata di anni, si è rivelato l’esatto contrario.
Tutti vogliono farsi fotografare da/con lui, perché far parte del suo archivio di ritratti somiglia a una dichiarazione di intenti, è ormai diventato uno status symbol, il bisogno di apparire in un certo modo agli occhi altrui, a cui nessuno sembra poter rinunciare, da Lindsay Lohan che si punta una pistola alla tempia, a Barack Obama, che sorride senza filtri e senza pose presidenziali.
Ma non potrebbe bastare questo per intrigarmi.
Quello che ho tracciato è solo il perimetro dell’involucro luccicante che circonda il fotografo californiano.
C’è anche altro, ed è squisitamente personale e intimo (che nel suo caso mi rendo conto possa sembrare un paradosso): un’urgenza quasi commovente di raccontarsi, di segnare con un puntino rosso, la propria posizione nel mappamondo della vita e della storia reale, quella quotidiana, di ogni singolo giorno.

Credo sia indicativo che sul web, il contenitore ufficiale dei suoi scatti, porti il titolo eloquente di Terry Richardson’s Diary e, sebbene sia diviso in sotto-categorie differenti (non vanno assolutamente sottovalutati i suoi lavori per importanti marchi commerciali come Gucci, Levi’s, Hugo Boss e altrettanto le sue sessioni fotografiche di moda, come quella per il Calendario Pirelli 2010, particolarmente criticata), presenti una vera e propria sezione in forma di diario, che assomiglia a un taccuino fotografico, dove registrare, quasi tutti i giorni (ad oggi gli inserimenti sono fermi al 22 Ottobre 2016), quello che lo colpisce o va indagando col suo apparecchio.
Ogni giorno sai dove è stato e puoi intuire cosa abbia fatto, come un “amico di tutti”, che ci tiene particolarmente a raccontarti le sue scorribande: assiduo e regolare, sembra dare, con ogni immagine che posta, una risposta quasi ingenua, a una domanda che forse spera gli altri si pongano: «chissà cosa avrà fatto Terry oggi?».

Terry Richardson, Aaron Paul Sturtevant.
Terry Richardson, Aaron Paul Sturtevant.
Terry Richardson, Amy Winehouse.
Terry Richardson, Lindsay Lohan.
Terry Richardson, Lindsay Lohan.
Terry Richardson, Barack Obama.

Come può non suscitarci simpatia una fragilità come questa, un esibizionismo tanto struggente e limpido che oggi, nel mondo dei social, tocca buona parte di noi, anche se fingiamo che non sia così?
Probabilmente è proprio questo il motivo che non me lo fa detestare: le sue debolezze (le nostre), figlie di questi tempi velocissimi.
Quel suo legame fortissimo con la madre.
Quello scoprirsi simile a suo padre, nel fotografare le futilità e la lussuria hollywoodiane, ma come fa “edipicamente” qualsiasi figlio, uccidendone l’essenza.
Dove Bob Richardson mostrava la fumosa decadenza, un po’ noir, di un mondo sostanzialmente solcato dalla malinconia; Terry soffoca ogni cosa con una risata cretina e liberatoria.
E sembra portare con se il monito racchiuso nel titolo di una bella canzone (e uno splendido disco), firmata da un altro gruppo punk della sua California: Life Won’t Wait.
La vita non aspetta.

Terry Richardson, Terry Richardson & Bob Richardson.
Terry Richardson, Terry Richardson & Bob Richardson.
Terry Richardson, Annie Lomax.
Terry Richardson, Annie Lomax.
Bob Richardson

 

Alessandro Pagni