Ti ho sognata talmente tanto che ormai perdi la tua realtà.
(Robert Desnos, J’ai tant rêvé de toi, 1926)

Dare voce al silenzio.
Far entrare un convoglio sonoro dove prima l’unico appiglio era un flusso, caldo come lava, di coscienza, fatto di visioni slegate, come continue, isteriche, allucinazioni interrotte.

Musicarlo il silenzio.
Interpretare, costruendo intorno un saldo recinto con loop di vibrazioni, la radiografia mentale di impressioni senza briglie, libere e selvatiche.

Teho Teardo, è avvezzo a intrecciare sapienti tappeti musicali, mirati ad agevolare il fluire narrativo di immagini cinematografiche. Il termine “avanguardia” poi, fa parte del suo bagaglio, dagli inizi di carriera negli anni ’80, dalle collaborazioni degli anni ’90 fra l’industrial dei Nurse With Wound e il noise sporco dei Cop Shoot Cop fino al sodalizio con Blixa Bargeld dei giorni nostri.
Ma incontrare Man Ray, il Man Ray del cinema surrealista, dove i suoi celebri paradossi fotografici prendono vita in rompicapo beffardi e senza soluzione, è qualcosa che va oltre la costruzione certosina di un supporto, di una piattaforma acustica.
Si tratta di un’operazione, da un lato con una forte valenza critica (nel senso di critica d’arte): con la sintassi che meglio padroneggia, Teardo spiega (senza usare parole) cosa si nasconde dietro a quei cortocircuiti della ragione, ci porta dalla sua parte, come tenuti sotto braccio, e prova a farci capire la portata emotiva di ciò a cui stiamo assistendo. Dall’altro, si tratta di un lavoro (che si posiziona esattamente al polo opposto) “di pancia”, di puro istinto: dà voce allo stomaco, mette sul piatto tutto quello che ha e, con quell’attitudine nonsense e quella fiducia cieca tanto care alla scrittura automatica, scopre le carte, giocandosela alla pari col poeta del Surrealismo su gelatina d’argento.

Questo è ciò che ho visto e sentito lo scorso venerdì (7 luglio 2017) a San Gimignano (Siena), fra le mura robuste della Rocca di Montestaffoli, con il fresco della sera e una ventina di chitarre adagiate a bordo palco in attesa della chiusura della performance.
A sinistra Teho, con una campana tibetana, un’ocarina, un campionario di suoni sintetici, un piano elettrico, una barra risonante e l’immancabile chitarra. A destra Elena De Stabile al violino e Ambra Chiara Michelangeli alla viola.
Sullo sfondo lo schermo vibrante di scariche e brandelli di pensieri.

Man Ray, detail from the film Le retour à la raison, 1923..
Man Ray, detail from the film Le retour à la raison, 1923.

Tre sono i corti cinematografici, girati da Man Ray negli anni ’20, che Teardo ha musicato nel suo album Le retour à la raison. Musique pour trois films de Man Ray : quello che dà il titolo al disco (1923), Emak Bakia (1926) e L’étoile de mer (1928).
Le retour à la raison è dei tre quello che più si avvicina alla produzione fotografica dell’artista americano: rayogrammi, oggetti in movimento convulso, impalpabili, ridotti a una semplificazione, a un loro simulacro bidimensionale. Chiodi, spilli, texture materiche, una giostra che gira solitaria nella notte nera e assomiglia a un’astronave mentre scalda i motori per andare via. Sale, pepe, spirali a molla, girotondi caotici di cose e pensieri. E poi Kiki de Montparnasse (Alice Prin, sua musa, modella e amante) ectoplasmica, solarizzata da cerchi concentrici di luce che la fanno sembrare una zebra malata, davanti alla finestra.
Le emozioni portate dalla musica non sono in sincrono, non è la colonna sonora di un film, il commento musicale lungo il dipanarsi della storia. È una cosa ben più ambiziosa, è un essere che ha la capacità del respiro, autonomo, che pulsa di una vita sua, propria. Come uno spin-off, come un’appendice. Come il nano lynchano partorito dall’amputazione di un braccio, che diventa un discorso a parte, un demone con una sua rapacità intrinseca, scollegata dal genitore.

Man Ray, detail from the film Emak Bakia, 1926.
Man Ray, detail from the film Emak Bakia, 1926.

Emak Bakia, riprende i linguaggi del corto precedente, sviluppandone soprattutto le peculiarità oniriche, trasformando rottami iconici, ready-made, collages e rayogrammi in ambienti dove innestare scene riprese dal reale, creando disturbanti alter ego della ragione, ironici o inquietanti. Si percepisce il fascino degli strumenti, delle macchine inventate dall’uomo, capaci in corso di perfezionamento, di fagocitare chi le ha ideate, in un processo lento e inesorabile, dove il futuro si divora il passato che sfila via dai nostri piedi. Intermezzi astratti ci introducono a successivi brandelli di vita, slegati comunque da qualsiasi struttura narrativa, da un qualsivoglia intento di intrecciare una trama (scelta troppo borghese per Emmanuel Rudzitsky). C’è una più divertita e armoniosa danza, un fluire quasi naturale, fra gli improbabili accordi visivi. L’acqua compare e ribalta i mondi, è materia del sogno e i pesci che la popolano sono pensieri fin troppo sfuggenti: tutto si edifica e si disintegra senza motivo, davanti ai nostri occhi, mentre tecniche grafiche, fotografiche e cinematografiche dialogano e convivono, sgomitando fra loro.
Teardo li tratta come spettri questi stralci, come fendenti della memoria, che arrivano e se ne vanno con la cupa prepotenza di un grosso temporale.
Il sonno per i surrealisti è una zona fuori dal comune sentire, capace di imboccare le nostre aspirazioni, facendo tendere le facoltà come elastici slabbrati. Il sonno è una fucina di stimoli, la parte di noi che crediamo spenta e inerme, ma in realtà vigile e famelica: oltre l’apparente standby, si espandono universi e lavorano facoltà da talpa unghiata, che ci permettono di arrivare in prossimità di abissi da vertigine.

Pensava che le notti di sonno erano vasche profonde e oscure, in cui poteva immergersi.
(J.L.Borges, Finzioni)[1]

Man Ray, detail from the film Emak Bakia, 1926.
Man Ray, detail from the film Emak Bakia, 1926.

L’étoile de mer, concepito insieme al poeta surrealista Robert Desnos rappresenta l’apice di questo percorso e solo in apparenza si muove sui terreni sicuri di un canovaccio preparato. Visioni sfocate, in bilico fra la pastosità della pittura e le incongruenze della dimensione onirica, celano l’incontro fra due amanti, che sfilano velati attraverso superfici trasparenti, ma scabre e irregolari, e si contorcono languidi davanti a specchi convessi. La loro intimità, falsata dalle distorsioni di questi filtri, diventa l’asfissiante impressione di un ricordo sciolto fra le fiamme, sensuale e ferito come un sole che muore.
Ma l’illusione del racconto, di un ragionamento lineare, si infrange dietro l’angolo e l’autore ancora e ancora, si fa beffa di noi. Tutto sembra legato a un filo prossimo a spezzarsi, ogni cosa sembra in pericolo, o quantomeno gli accenti della chitarra di Teardo ce lo lasciano pensare.

Man Ray, detail from the film L'étoile de mer, 1928.
Man Ray, detail from the film L’étoile de mer, 1928.

La stella di mare è un mistero seducente e feroce, che ci trascina inconsapevoli ai rintocchi funebri del requiem di fine spettacolo. Arrivano ai piedi del compositore di Pordenone, 23 elementi (questi hanno risposto alla chiamata diffusa online che ne richiedeva 40), uomini e donne vestiti di nero. Lo schermo si spegne, mentre le prime battute di questa elettrica messa funebre, cominciano a saturare l’aria intorno: Teho con la sua chitarra scandisce i rintocchi di quella campana dolente che suona a morto.
Ognuno imbraccia il proprio basso, la propria chitarra e, come in groppa a un ariete meccanizzato rivestito di lame, ogni pennata data all’unisono ci entra dentro, e si ritrae, aprendo cunicoli che traboccano sangue.
Solo gli archi intrecciano ancora un lamento.
Il resto è un dannato, sublime, marchingegno di tortura, senza rimorso.

Ho tanto sognato di te, tanto camminato, parlato,
dormito con il tuo fantasma che forse, e tuttavia,
non mi rimane che essere fantasma tra i fantasmi
e cento volte più ombra dell’ombra che passeggia
e passeggerà allegramente sul quadrante solare della tua vita.
(Robert Desnos, J’ai tant rêvé de toi, 1926)



 

Alessandro Pagni

[1] Jorge Luis Borges, Finzioni, Torino, Einaudi, 1985, p.102.