Negli articoli precedenti ho affrontato diverse facce della contaminazione nel jazz, passando per l’hip hop e il funky, l’hype, l’RnB, insomma, diversi generi di stampo “black”, che apportano elementi di rara bellezza nel jazz, che comunque si presta e si è prestato, per tutta la durata del secolo scorso, ad esporsi a nuove forme espressive. Alla fine degli anni cinquanta, la comunità nera affrontava una nuova era: Malcolm X e Martin Luther King portavano avanti grandi battaglie razziali, ovunque si cercava disperatamente di respirare una nuova aria, di sprigionare un vento libero.

Ecco che tra New York e Chicago nacque un movimento musicale parallelo, che rifletteva ogni scontro e ogni desiderio della black community: il free jazz. Una musica libera, svincolata da restrizioni stilistiche del bebop,  che sfociava al suo limite nel rumorismo, assorbendo milioni di influenze presenti in pubblica piazza in quel mondo crudele che sembrava sul punto di esplodere. Il Free form ha attraversato anni e anni di artisti, da Eric Dolphy a Ornette Coleman, Cecil Taylor, Charlie Mingus con Pithecanthropus Erectus, il batterista bop Max Roach, ed è talmente metamorfico che ha assunto le espressioni più strambe, come nella produzione di Albert Ayler.

In Italia, mentre siamo frastornati notte e giorno da tanfi fognari che attraversano ogni circuito radiofonico, alcuni artisti si stanno facendo spazio nella prosperosa scena jazz nostrana (eh si, in Italia abbiamo dei grandi musicisti quasi totalmente ignorati) con l’avvento del loro terzo disco It’s not Jazz, it’s worse, uscito con l’etichetta Auand ad inizio Dicembre. Sono gli Swedish Mobilia e non sono impiegati dell’Ikea, ma musicisti free.

Andrea Bolzoni, Dario Miranda e Daniele Frati si incontrano a Milano, e nel 2011 sfornano il loro disco d’esordio Knife, Fork and Spoon, che riesce a far drizzare le orecchie a chiunque, per poi proseguire con Did you hear something? nel 2013, in collaborazione con il trombettista beneventino Luca Aquino.

Il trinomio di basso, chitarra e batteria (con utilizzo di percussioni) inserito in un contesto totalmente improvvisativo è fonte di suoni viscerali, creazioni che esaltano ogni emozione, racconti di un vissuto quotidiano e di ogni gesto compiuto nel serpeggiare incostante del tempo.

Il trio utilizza un comune linguaggio visivo per dar vita ai propri brani, immagini estratte dal quotidiano – e probabilmente dal surreale- che puntualmente immergono i tre in un proprio universo dal quale riemergono sensazioni sonore potenti, dove la batteria si esalta e prende terreno sul palco dell’interplay, definendo spazi e colori che circondano i compagni. Il jazz viene costantemente costeggiato, aggirato, mentre intervengono sonorità post-rock, industrial, talvolta psichedeliche e al limite dell’inquietante.

Com’è insito nel termine ‘free’, è ignobile e totalmente impossibile categorizzare la loro dimensione, perciò preferisco non farlo, per lasciare al lettore una giustificata curiosità.