New York, 1919.
Questa è la storia di due ossessioni, l’una divergente dall’altra, eppure due momenti che si tendono la mano da stagioni diverse, restituendoci qualcosa sul vivere che sembra importante.
Emidio Clementi che mette in musica Emanuel Carnevali (un bisogno quasi ancestrale per il leader dei Massimo Volume), in una struggente, avvilita, epopea di sconfitte. Una sull’altra, ammassate come piatti sporchi da lavare. Piatti che non finiscono mai, uno sull’altro, una torre di babele unta, che al contatto con l’acqua libera umori fastidiosi.
Emanuel Carnevali che muore di fame ogni giorno, nei fondi più bassi della grande città, nei pozzi di abbrutimento di quella New York di inizio ‘900, fra un lavoro e l’altro (“questa miserabile faccenda, il lavoro…questa morte che ti divora a poco a poco”), fra una bestemmia e l’altra, scrivendo in ogni minuto libero, in ogni rifugio improvvisato di quiete e silenzio, con la rabbia di un demone che si divora da solo, con la smania del tossico.
Eppure si deve scrivere, scrivere fino lasciarci litri di sangue su queste pagine.
Fino a perderci il sonno e la prospettiva.
Penso al suono che fanno i ricordi, quando li vai a scovare dentro a scatole da scarpe che odorano di chiuso e di mesi schiacciati, pigiati con ostinazione su altro tempo già atterrito per il peso. Suonano come Carnevali secondo me, come Clementi che mette in musica Carnevali, lo attualizza, lo resuscita, lo rende un solco da leggere, da inghiottire, con una puntina di metallo. La storia di uno dei tanti vinti, che sogna di vivere di scrittura, di poesia, nel luogo (l’America) in cui film e mitologia contemporanea ci hanno insegnato a credere che ogni cosa è possibile: finisce per fare come fanno tutti, si lascia uccidere dalla realtà spietata, restando vivo come uno che è morto, camminando per le strade come uno che non c’è più. E ad un certo punto del disco (Notturno Americano, 2015), Clementi diventa Carnevali, non lo racconta, di colpo ci si butta dentro con tutte le scarpe e fa venire la pelle come l’abito molle e indecente di una vecchia gallina: ci riporta indietro, a un giorno preciso, per ciascuno diverso, dove qualcosa di bello ha preso un’altra strada, si è rotto come l’orologio a cipolla del nonno a cui tenevamo tanto, ma verso cui non avevamo cura né rispetto.
Chanson de Blackboulè è una dichiarazione d’intenti, un messaggio deluso d’amore, scritto a una delle tante donne conosciute in uno dei troppi giorni rumorosi e volgari, ma riesce a diventare, per chiunque sappia abbandonarsi, l’unica canzone, l’unico atto onesto, l’unica colpo di una pistola altrimenti inutile e rugginosa.
La lettera mai letta, rimasta sigillata in una busta in mezzo ad altre, strangolate tutte insieme da un elastico.

Come il vento che al suo passaggio coglie le parole delle foglie luccicanti
Ti farei fremere le labbra sinuose con un rapido bacio
Se tu me lo lasciassi fare
Invece tu mi vedi curvo e piegato dal silenzio
In silenzio
E le mie parole sono aspre
Suoni di un corpo che si spezza
Tu giri i tuoi grandi occhi, sempre attoniti
Attoniti come il sole quando getta il suo primo sguardo sul lago, all’alba
Tu vedi ogni cosa come nuova
Tu vedi tutto
Tutto tranne il tuo amore
Non è così? Eh, Annie?
Tutto tranne il mio goffo amore, maledizione di sé
Sotto il mio corpo curvo e ripiegato
Corpo che ha terrore dell’estasi
Terrore delle cime degli alberi e delle foglie che si agitano
Si spezzano sotto quelle nuvole
Nuvole che la luna bacia sopra il mio capo silenzioso
(Emidio Clementi/ Emanuel Carnevali, Chanson de Blackboulè)

Louise Bourgeois, Cell (Clothes), 1996.
Louise Bourgeois, Cell (Clothes), 1996.

New York, 2010.
Louise Bourgeois si spegne, ha 98 anni e gli occhi opachi, rossi e irritati, perché i ricordi sono veli di cipolla enormi, ingombranti come deltaplani, passati sul capo e poi finiti altrove per una folata di vento forte.
La vedo di persona, impressa in una sua opera, per la prima volta poco più di un mese fa, nella Haunted House della Fondazione Prada, protetta da una sottilissima foglia d’oro che ricopre tutto all’esterno, segnata dentro da vuoti adibiti a ostello per siderali solitudini. E lei, instancabile artigiano di camere interiori e intercapedini, da farci abitare il tempo che serve per segnare senza rimedio il nostro inconscio, dà forma fisica al dolore, alla memoria, a tutte le assenze che ogni anno si aggiungono come candeline sulla torta.
Girare intorno a Cell (Clothes) (del 1996), significa circumnavigare una teoria di porte disposte in cerchio a formare un lungo paravento, accessi ciechi e schivi, talvolta bucati, o in vetro smerigliato, con piccoli oblò rettangolari da cui potersi affacciare. E parti di lei ovunque: la vita a un certo punto va in pezzi, si frantuma in sezioni piccolissime, e nell’attesa di trovare tutte le risposte, di farle combaciare, buttiamo tutto nel mezzo di una stanza dove non entriamo mai, con la promessa, prima o poi, di occuparci della questione. I vestiti appesi sono fantasmi di noi che ci osservano, crocicchi e punti di snodo in cui abbiano gestito il timone delle cose, andando nella direzione delle nostre intenzioni. Oggi invece siamo quella cosa strana, sopra uno sgabello più o meno al centro della stanza, raggomitolata su se stessa, come un essere che chiede solo di sparire.

Louise Bourgeois, Cell (Clothes), 1996.
Louise Bourgeois, Cell (Clothes), 1996.

Così vanno le cose
E così precisamente devono andare
Così il vento preme un attimo sulle nostre guance e scivola via
Dietro di noi
Ed è così che ci tende un nastro sulle palpebre
E lo tira da dietro
E che i miei calcagni battono sul marciapiede
È così che vanno le cose
Così accadono
La mattina
La sera
La notte
Così vengono e vanno
E vanno anche ora
Indugiano
E amore che viene
E amore che non viene
Io dirò che non vi saranno mani come le mie
Che potranno conoscere le tue mani
Che sono morbide come l’erba
Ma non c’è risposta per me
Non temere, Annie
Non temete
(Emidio Clementi / Emanuel Carnevali, Chanson de Blackboulè)

Louise Bourgeois, Cell (Clothes), 1996.
Louise Bourgeois, Cell (Clothes), 1996.

New York, 1995.
Coney Island in una giornata grigia. Grigia nella scala di grigi dello scatto, bianca di un cielo immenso, luminosa come solo nel ricordo riesce ad esserlo.
Annie Leibovitz.
Lou Reed.
Laurie Anderson.
Nomi troppo grandi per prendere in considerazione assonanze e prossimità col nostro vivere quotidiano.
Eppure questa è la fotografia che ci portiamo tutti dietro. Ne abbiamo almeno uno di questi scatti da qualche parte, uno che riguarda noi, non loro. Dimenticato in mezzo ai fogli, usato come segnalibro, attaccato sull’anta di un armadio portato in soffitta. Un momento in cui siamo stati terribilmente belli e vergognosamente felici.
Come lei che si stringe nell’impermeabile scuro, rivolta all’acqua, abbandonata al braccio di Lou che la circonda, mentre gli fa sciolare la mano dove le sue si congiungono. Una gamba salda sulle assi di legno che tappezzano il lungomare, l’altra allungata, comoda a dare armonia alla linea appena incurvata della schiena.
Come lui saldo sulle sue scarpe, forte nel suo cappotto, mentre guarda dritto nell’obiettivo, lasciando cadere leggero ed estetico, da film, il braccio destro con le dita aggrappate a una sigaretta. I capelli senza verso né colore, nel grigio di una foto che allontana ogni problema di intervallo, momento, istante, secolo, epoca, età: entra nella casa di tutti un’immagine così, ce l’abbiamo tutti da qualche parte una fotografia del cazzo, splendida, quanto questa.
E i giorni che rimangono li passiamo a morderci le labbra e a incasinare le cianfrusaglie della soffitta, fra imprecazioni, rabbia e un po’ di pianto, senza sapere dove diavolo sia finita.

Annie Leibovitz, Lou Reed and Laurie Anderson, Coney Island, New York 1995.
Annie Leibovitz, Lou Reed and Laurie Anderson, Coney Island, New York 1995.

Grandi occhi rotondi
Guardatevi attorno
Grandi occhi rotondi
E voi
Morbide sottili mani
Sussurrate di una facile felicità e di una giovane tenerezza materna
E tu bambina cara
Dì dunque
Dì e ripeti con tutta la forza che hai, che non mi ami
Oggi ho di nuovo messo allo scoperto il cielo
E sotto l’ho trovato ancora più freddo e più nuovo
Non aspetto risposta
Non ho niente da domandare
Niente da dire
A parte ciò che tu sai
E io so
E che sino alla fine dei giorni avrà un significato
Uno solo e nessun significato
E tutti i significati
E il significato
New York
1919
(Emidio Clementi / Emanuel Carnevali, Chanson de Blackboulè)

Alessandro Pagni