A nascere son buoni tutti! Persino io sono nato! Ma poi bisogna divenire! Divenire! Crescere, aumentare, svilupparsi, ingrassare (senza gonfiare), accettare i mutamenti (ma non le mutazioni), maturare (senza avvizzire), evolvere (e valutare), progredire (senza rimbambire), durare (senza vegetare), invecchiare (senza troppo ringiovanire), e morire senza protestare, per finire…un programma enorme, una vigilanza continua…perché a ogni età l’età si ribella contro l’età, sai! E se fosse una questione di età…ma c’è anche il contesto.
(Daniel Pennac, Monsieur Malaussène)

A parlare è Benjamin Malaussène  (di mestiere capro espiatorio sempre e per sempre), durante una delle sue lezioni “propedeutiche” al figlio che ancora deve venire al mondo.
L’alter ego di Daniel Pennac, in uno dei romanzi più coinvolgenti della saga della famigliola di Belleville (Signor Malaussène, 1995), si trova a confrontarsi con molte questioni legate alle stagioni dell’uomo. Fra queste una vicenda in particolare sembra, seppur in modo morboso e inquietante, restituire un’idea definitiva di ciò che materialmente significa vivere. Mi riferisco al momento in cui, lungo lo sbrogliarsi della matassa narrativa, incontriamo due produttori cinematografici, Job e Liesl Bernardin, che faranno del loro progetto artistico (la realizzazione del Film Unico, da proiettare una sola volta davanti a un ristretto pubblico di cinefili e poi distruggere) la performance definitiva, dove l’esistenza stessa viene messa brutalmente a nudo. Quello di cui tratta la pellicola, ciò che mostra, è la vita stessa: giorno dopo giorno, dalla nascita alla morte, per una manciata di attimi con un’inquadratura fissa, l’intero ciclo evolutivo del figlio Matthias, per settantacinque anni, fino all’ultimo respiro e oltre ancora, fino all’orrore della decomposizione.

La cosa che colpisce di più è il modo in cui questo corpo nudo sembra reagire agli avvenimenti del mondo. Le sue malattie infantili, il morbillo, la varicella, sono come reazioni cutanee alla follia universale, e la sua asma, poi, tutte quelle manifestazioni allergiche, quella sua pelle così vulcanica…è impossibile dissociare le peripezie della Storia dai tormenti di quel corpo, le parole della madre dai mali del figlio…ha molto sofferto, il suo amico Matthias…quanto il nostro secolo.
(Daniel Pennac, Monsieur Malaussène)

Nicholas Nixon, The Brown Sister, 1975
Nicholas Nixon, The Brown Sister, 1975

Ben altra è l’atmosfera che permea il lavoro che vi racconto oggi.
Seppure il risultato finale, con un forte e struggente ribaltamento di significati (in cui l’intera parabola di una vicenda umana diventa accumulo di tracce e non progressiva e lenta privazione di senso) rispetto alla storia del Film Unico dei coniugi Bernardin, resti il medesimo.
Si tratta di un progetto fotografico fra i più semplici (formalmente), ma al contempo profondi e universali, mai realizzati: qualcosa di sottile e fragile, che esige rispetto.
Una voce leggera, quasi un sussurro che si insinua senza la minima prepotenza.

E il tempo ti dirà di stare dalla mia parte
Di continuare a provare
Finché non ci sarà più nulla da nascondere
(Nick Drake, Time Has Told Me)

Nicholas Nixon, fotografo pluripremiato, nato a Detroit nel 1947 e oggi insegnante presso il Massachusetts College of Art and Design, da sempre sensibile a problematiche legate allo scorrere del tempo e alle tracce che deposita (come farebbe un corso d’acqua o il vento) sulla superficie sensibile della pellicola, nell’agosto del 1974 fotografa per la prima volta, in bianco e nero, le sorelle di sua moglie BeBe (The Brown Sisters), ma il prototipo, per qualche ragione considerato insoddisfacente, viene scartato. Nel luglio del 1975 il secondo tentativo, diventa il primo scatto, immediatamente iconico, di un progetto che dura ancora oggi: Nixon propone alle quattro donne di riunirsi una volta all’anno e posare per lui in una sola immagine in bianco e nero, senza vincoli di taglio o di campo per quanto riguarda l’inquadratura, l’unica costante che viene mantenuta è l’ordine in cui sono disposte (Heather al tempo del primo scatto di 23 anni, Mimi di 15, BeBe di 25 e Laurie di 21).

L’immagine del 1975 è semplice, immediata, familiare nel suo assomigliare alle centinaia che troviamo nei vecchi album conservati dentro qualche armadio a casa dei nostri genitori o che oggi ci facciamo scattare da qualcuno con lo Smartphone, dopo una cena, un viaggio o una qualsiasi ricorrenza. Un piano americano classico, le affranca da qualsiasi contesto geografico, alle loro spalle si alza fino ai margini del frame una vegetazione cupa, che permette ai loro vestiti chiari di staccarsi dal fondo: Mimi, mano in tasca, l’altra sulla spalla della sorella, guarda in camera con il fare “navigato” della sua adolescenza, Laurie incrocia le braccia, ruotando leggermente il capo, i capelli ondeggiano, gioca un po’, quanto basta, a fare la diva, mentre le altre due, già adulte posano con la semplicità di chi si ferma e si fa ritrarre cedendo alla richiesta insistente di un familiare.

Nicholas Nixon, The Brown Sister, 1978
Nicholas Nixon, The Brown Sister, 1982
Nicholas Nixon, The Brown Sister, 1982
Nicholas Nixon, The Brown Sisters, 1985

Nixon fotografa con grande tranquillità, in mesi differenti, con qualsiasi condizione climatica, stringendo l’inquadratura, tornando ad allargarsi per inserire qualche minima sensazione di paesaggio e atmosfera, non cerca una serialità sterile da studiare nell’insieme e poi nelle singole specificità, siamo totalmente da un’altra parte, seppur l’approccio marcatamente concettuale possa trarci in inganno, qui ci troviamo di fronte alla manifestazione più umana e spontanea del vivere: l’album di famiglia, la fotografia vernacolare, la documentazione del quotidiano o più semplicemente, la risacca agrodolce dei ricordi, che muove nella pancia un sisma di singhiozzi e fa traboccare gli argini delle palpebre senza preavviso, quando vorremmo essere, al contrario, forti e apparentemente impassibili.

Ogni anno che passa si deposita sul viso qualcosa come un sedimento, un nuovo solco sulla pelle arato di fresco, la traccia di un pensiero, un dolore indicibile, una giornata campale, che da sola fa piazza pulita di cumuli interi, inutili, di ore buttate, passate a subire la mediocrità altrui, il lavoro, il tedio, gli acciacchi, le televisioni e ogni cosa fugge via veloce, come una mandria terrorizzata di nuvole.
C’è tutto in queste quattro paia d’occhi, non è un gioco innocente come superficialmente si potrebbe credere, gli altri che vi hanno preso spunto, gli altri che hanno pedissequamente copiato, rielaborato, interpretato male sì, quelli erano idioti innocui, ma qui Nixon maneggia la materia insidiosa della vita e il suo inevitabile opposto, il sempre e comunque triste epilogo.

C’è un uccello sulla linea dell’orizzonte, su di una staccionata
Sta cantando la sua canzone per me a sue spese.
Ed io mi sento proprio come quell’uccello, oh, oh
mentre canto solo per te.
Spero che tu mi possa sentire,
sentirmi cantare attraverso queste lacrime.
Il tempo è come un aereo a reazione, si muove troppo velocemente
Oh, però che peccato che tutto quello che noi abbiamo condiviso non duri.

(Bod Dylan, You’re a Big Girl Now)

Nicholas Nixon, The Brown Sister, 1986
Nicholas Nixon, The Brown Sister, 1986
Nicholas Nixon, The Brown Sister, 1997
Nicholas Nixon, The Brown Sister, 1997
Nicholas Nixon, The Brown Sisters, 2007
Nicholas Nixon, The Brown Sisters, 2007

Cosa accadrà dentro questo equilibrio precario, quando una delle sorelle Brown arriverà alla fine del suo percorso? Troveremo uno spazio incolmabile, disperatamente vuoto fra questi abbracci? Uno spazio fisico e di senso (della vita), quando lentamente, una dopo l’altra, lasceranno il frame? Abbandoneranno la cornice come si abbandona un palcoscenico dopo gli applausi. Chi sarà l’ultima? Cosa proveremo, sia noi che Nixon, a scrutare dentro l’inevitabile e a prenderne atto? Dove saremo noi o Nixon in quel momento?
Forse la risposta o la reazione a questo accanito interrogatorio auto-inflitto, il segreto intimo di queste stupide domande, sta in quell’avvicinarsi, tendere l’una verso l’altra, stringersi a vicenda (che notiamo maggiormente negli scatti degli ultimi anni) per restare salde come scogli, unite come catene montuose e di nuovo minuscole, come da bambine, quando uno dei genitori veniva a spegnere la luce e la stanza diventava sconfinata e minacciosa.
Allora trovarsi era come toccare il pavimento con i piedi, dentro una piscina che sembrava tanto profonda.

Giuro che riconosco il tuo respiro
I ricordi come impronte digitali
Stanno lentamente riaffiorando
Non ti ricorderai di me perché non sono più com’ero un tempo
È dura quando vieni messa da parte
Io sono cambiata senza cambiare affatto
Il paesino segna il mio destino
Forse è proprio quello che nessuno vuole vedere.

(Pearl Jam, Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town)

 Nicholas Nixon, The Brown Sister, 2012
Nicholas Nixon, The Brown Sister, 2012
Nicholas Nixon, The Brown Sister, 2016

E infine, per capire quanto ci sia dietro a una fotografia, anche la più semplice e immediata, c’è da dire che questo di Nixon, nei confronti della moglie, delle sue sorelle, è il più sincero e intimo atto d’amore, sia come uomo che come fotografo, che si possa fare: la pazienza, l’assiduità, l’attesa, la calma e la costanza nel cercare di conoscere veramente chi ci sta di fronte e accetta di farsi guardare. L’umiltà di lasciarsi condurre in questa danza, dagli occhi di chi stiamo osservando.

Fammi vedere lentamente quel che oso appena immaginare
Conducimi fin dove finisce l’amore
Conducimi fin dove finisce l’amore
Conducimi ora alle nozze, conducimi ora e poi ancora
Conducimi molto dolcemente e conducimi molto a lungo
Siamo entrambi al di sotto del nostro amore, entrambi al di sopra
Conducimi fin dove finisce l’amore
Conducimi fin dove finisce l’amore
Conducimi ai figli che chiedono di nascere
Conducimi oltre il drappo che i nostri baci hanno consunto
Ora innalza una tenda che ci protegga, anche se ogni filo è spezzato.

(Leonard Cohen, Dance Me to the End of Love)

 

Alessandro Pagni