Nell’ultimo anno abbiamo sentito parlare sempre più spesso di ronde auto organizzate che si aggirano nelle città con lo scopo di “mantenere la sicurezza”. L’ultimo episodio a Palermo, dove meno di una settimana fa alcuni militanti di Forza Nuova sono saliti a bordo di autobus della capitale sicula, seguendo la loro iniziativa “Passeggiate per la sicurezza”.

Nonostante, a detta dei militanti, queste passeggiate siano viste di buon occhio dagli autisti dei mezzi, l’azienda trasporti se ne è dissociata. Il sindaco Orlando ha condannato l’accaduto, riportando il recente episodio di Macerata come esempio di quale sia la definizione di sicurezza secondo i neofascisti.

 

Ma Palermo è solo l’ultima di una lista di città e località dove i partiti di estrema destra hanno cominciato le loro ronde. Quest’estate era stata la volta di quelle in spiaggia; l’obiettivo erano in quel caso i venditori abusivi, ma in altre occasioni sono stati presi di mira anche Ong, militanti di sinistra, migranti. In giugno, un diciottenne romano viene pestato con un tubo di metallo, aveva una maglietta del Cinema America occupato e quindi era colpevole di essere una “zecca rossa”, e un paio di giorni dopo è una coppia di uomini fuori da un circolo Arci di Pescara a venire aggredita.

La lista di episodi violenti va avanti, complice anche il clima di tensione da campagna elettorale. Lo squadrismo non è una novità, bensì un fenomeno politico-sociale che ebbe luogo nel nostro paese a partire dal 1919 per venire poi utilizzato dal fascismo per affermarsi; consisteva, in parole povere, nell’uso di squadre d’azione paramilitari armate per reprimere gli avversari politici, allora principalmente quelli appartenenti al movimento operaio.

Nonostante il carattere aggressivo ed intimidatorio delle azioni squadriste, queste ultime erano molto ben viste dalla borghesia, poiché avevano lo scopo primario di impedire una rivoluzione sulla falsa riga di quella russa: le ronde risultarono efficaci e vittoriose principalmente per via del sostegno, più o meno dichiarato, di industriali, proprietari terrieri, polizia e magistratura. Agli squadristi veniva offerto persino appoggio economico. Uno degli obiettivi di questo sostegno era spingere lo Stato a prendere in mano le controversie di lavoro; nel caso di “violenza rossa” alle proprietà, le squadre fornivano quella protezione che sarebbe dovuta essere statale.

 

La realtà dei fatti era però diversa: all’inizio degli anni ’20 i movimenti operai e contadini non risultavano più una minaccia contro l’ordine sociale, e le azioni violente erano perlopiù di risposta agli attacchi fascisti. Il contrasto in questo caso vigeva fra la natura effettiva dello squadrismo, e il mito secondo il quale le azioni di squadra erano un’espressione genuina della volontà popolare. In effetti, una delle caratteristiche principali di questo fenomeno era l’efficacia nella mobilitazione di minoranze aggressive e reattive; in questo modo si poteva agire in maniera capillare, arrivando praticamente ovunque.

Le violenze degli squadristi erano spesso portati avanti con metodi spettacolari, di modo da attrarre simpatie tra i neutrali e da spaventare gli avversari e scoraggiarne gli interventi. Tipicamente, questi gruppi si avvicinavano a bordo di camion aperti e facendo apertamente mostra di armi e manganelli: anche l’intonazione di inni faceva parte della routine. Si procedeva quindi all’attacco sistematico del nemico: si colpivano le sedi dei partiti, le cooperative e in generale ogni luogo di aggregazione che veniva percepito come di orientamento opposto. Erano di solito compresi scontri fisici con l’uso di bastoni e olio di ricino, ma nelle fasi più calde venivano usate anche armi da fuoco.

 

I membri delle squadre d’azione erano attivisti politici, principalmente, ma anche personaggi dall’indole violenta (non erano rari quelli con precedenti penali) che vedevano nelle azioni squadriste un modo per sfogare la propria natura. La lotta contro il bolscevismo non era il fine ultimo di queste organizzazioni, che appoggiando il fascismo giunsero ad una rivoluzione contro il vecchio regime (lo stesso che li aveva sostenuti).

Tra gli episodi che più hanno creato scalpore, tra il 2017 e l’appena iniziato 2018, ci sono l’incursione del Veneto fronte skinhead nella sede dell’associazione Como senza frontiere, la manifestazione di Forza Nuova sotto la sede di Repubblica e ovviamente la sparatoria a Macerata. Esistono delle innegabili similitudini fra il contesto nel quale hanno agito le squadre d’azione lo scorso secolo e quello presente oggi: si parte da una situazione di crisi (che si tratti di una Guerra Mondiale, di una seria crisi economicao di una crisi umanitaria) nella quale il sistema vigente non riesce a reagire in maniera soddisfacente. Il malcontento dei cittadini e la paura di vedere spodestata la propria stabilità è simile, sia che si tratti di una classe borghese che teme la rivoluzione bolscevica che di una classe media/ medio bassa di lavoratori impauriti dai flussi migratori nel loro Paese; l’ovvia conseguenza è la formazione di gruppi che si sostituiscono allo Stato e alla legge, promettendo sicurezza e facendo breccia nell’opinione pubblica. Inoltre, nutrire la rabbia dei propri sostenitori e nutrirsi degli umori delle classi disagiate rende accettabile, agli occhi del popolo, anche la reazione violenta e l’aggressione di innocenti.

Oggi, rispetto a 100 anni fa, ci sono anche nuovi mezzi per portare avanti queste azioni; si parla per esempio di squadrismo mediatico per indicare l’identità fascista situata nel terzo millennio, che si fonda su forme di partecipazione attualissime. Il problema è semmai che il linguaggio dei partiti di estrema destra si inserisce in un contesto di nuova politica al quale aderiscono gran parte dei personaggi presenti oggi nel dibattito italiano.