Nel 1992 i Nirvana erano all’apice del loro successo, acclamati da tutti come i nuovi profeti del rock e al centro di quella che, all’epoca, sembrava una rivoluzione. Il grunge avrebbe dovuto aprire una nuova strada da percorrere diversa da quella ormai logora tracciata negli anni ’70.

Allo stesso tempo, qualcosa si muoveva nel più profondo underground della musica elettronica, un genere che in ambito pop era uscito distrutto dagli anni ’80, relegato spesso ad effimero accompagnamento sbrilluccicante. A partire dalle migliori sperimentazioni della scuola House di Chicago, dai Kraftwerk e dall’ambient di Brian Eno stava nascendo qualcosa. Un’altra potenziale rivoluzione, ma sotterranea e meno in vista di quella dell’appariscente scena rock.

Nel 2017, a venticinque anni da quel cruciale periodo, siamo in grado di tirare le somme e di festeggiare il venticinquesimo anniversario dell’ultima grande rivoluzione musicale. Non quella di Kurt Cobain e soci. Col senno di poi il grunge si è rivelato il funerale del rock e non una nuova evoluzione – un rock che nel quarto di secolo successivo avrebbe saputo solo riprodurre (talvolta con eccelsi risultati) le enormi novità dei decenni precedenti. Ma quella che un giovane ragazzo della noiosa Cornovaglia è riuscito a creare con l’uscita di un grande disco.

Oggi, anzi una settimana fa, festeggiamo i venticinque anni di “Selected Ambient Works 85-92”, uscito il 12 febbraio 1992. Un disco composto da una delle mente più brillanti vissute a cavallo tra i due millenni, Richard David James alias AFX,  Caustic Window, Polygon Window, The Tuss, Bradley Strider, ma soprattutto alias Aphex Twin.

È sempre difficile scrivere e celebrare una pietra miliare della musica, si rischia sempre di cadere in trappole retoriche e complimenti facili. Ma è difficile anche cercare di quantificare l’impatto che “SAW 85-92” ha avuto sul progresso musicale, così come è difficile capirne le ragioni del successo.
Come già detto i primi anni novanta sono un periodo di transizione e soprattutto reazione rispetto al generale appiattimento qualitativo avvenuto negli anni ’80, e da qui è nata probabilmente la forza propulsiva che ha smosso la generazione di artisti ambient techno cresciuti insieme o conseguentemente al capolavoro di Aphex Twin.

“SAW 85-92” è nato come una semplice raccolta di brani che il prolifico Richard aveva composto nei tre o quattro anni precedenti (e non nei sette a cui allude il titolo dell’album, anche perché Richard nel ’85 aveva quattordici anni), e la natura compilativa è ben evidente se associata anche a un periodo in cui l’evoluzione delle tecnologie di registrazione fatta in casa correva veloce. Ecco che alcuni brani sono invecchiati meglio (vedi “Delphium”)  o peggio (vedi “Schottkey 7th Path”). Ma, limiti compositivo qualitativi a parte, la carica rivoluzionaria degli disco è ancora oggi molto evidente.

Basta un orecchio attento e già in “Xtal”, brano d’apertura del disco, sembra di ascoltare la radice di tutta la musica, elettronica e non, venuta negli anni successivi, dalla più misera EDM all’eleganza dei The XX fino a Kid A dei Radiohead, i Portishead, i Chemical Brothers e alla lontana, perché no, anche i Daft Punk, che maturavano proprio in quegli anni. “Ageispolis”, un brano carico di misticismo, con quel tappeto di synth che sembra sciogliersi ed accompagnare verso vette altissime l’orecchiabile melodia principale. Un brano attualissimo: i Die Antwoord useranno gran parte delle linee melodiche per la loro “Ugly Boy”.

“Selected Ambient Works 85-92” è un disco con tantissima carne al fuoco, che sembra non esaurire mai la sua dose di rivelazioni compositive. Geniali le intrusioni di registrazioni ambientali, che più che umanizzare la musica la rendono ancora più aliena come in “Tha”, oppure il felicissimo scontro-incontro fra l’acid house e i morbidi suoni che sembra usciti direttamente da un disco della serie “Ambient” del già citato Eno.
D’altronde siamo di fronte a un disco lungo settantaquattro minuti molto poco digeribili se ascoltati di seguito per un ascoltatore abituato ai ritmi d’ascolto moderni, che ha vissuto in un periodo musicale che vive di album frammentati e di esperienze musicali flash.

Aphex Twin invece ci chiesto di rallentare. Ed è stato questo il vero fattore rivoluzionario: l’elettronica, anche sopra i 120 bpm, rallenta e ci spinge a guardare il mondo con più attenzione verso i particolari, verso cosa succede negli angoli periferici, nei sotterranei, anche artistici, della realtà. E Richard lo farà in modo ancora più evidente due anni dopo con “Selected Ambient Works Vol II”, che Trent Reznor ha definito con una vena d’ironia “il miglior album che Brian Eno abbia mai fatto, un capolavoro”.

Il tempo, come sappiamo, ha la capacità di cancellare la storia e, di conseguenza, gli artefatti umani: il frutto di quella labile membrana che chiamiamo memoria. Opere che hanno il compito di tramandare ed evolvere l’arte umana, l’unico nostro lascito all’indifferenza della natura.
Il tempo, venticinque anni, stavolta non ha cancellato nulla. Ci ha fatto vedere con più chiarezza la strada da seguire verso il progresso.

Ora sta alla nostra generazione fare come Aphex Twin e tanti altri artisti. Lasciare il percorso facile, quello illuminato, sicuro, e perderci verso nuovi lidi.
Ci vediamo tra altri venticinque anni.