Un ragazzo, la sua chitarra acustica, il successo planetario. È una scena già vista. Ricordi offuscati – neanche tanto se abbiamo tenuto le orecchie allenate – riportano a diversi momenti della musica dei cantautori solitari a spasso per questi ultimi cinquant’anni. Dall’Italia agli Stati Uniti (senza offesa per tutti gli altri!) sul palco bastavano una voce e qualche accordo di chitarra. Una semplicità che è tornata prepotentemente sulla scena musicale contemporanea come la modalità del successo infallibile.

Negli ultimi due decenni la chitarra acustica è tornata ad essere lo strumento cardine per arrivare al grande pubblico – o per aspirare al raggiungimento di esso – ricercando delle soluzioni che qualcuno potrebbe riassumere come “facilotte”. In realtà le scelte stilistiche odierne costituiscono degnamente l’anima della musica pop contemporanea che non ripercorre altro che quell’aria asciutta che si respirava ascoltando il Bob Dylan che riempiva gli stadi negli anni Settanta (e ha continuato a farlo anche successivamente), o il sound sempre autenticamente country di Joan Baez sola soletta con la sua chitarrina e quella gran voce incantevole, oppure l’acclamatissimo Don Mclean trascinatore di folle impazzite sugli spalti.

E senza andare oltreoceano, le rimembranze rievocate dai nuovi chitarristi della semplicità riportano a nomi nostrani come De GregoriFossati, Finardi e così via ripassando un po’ di sanissimo folk.

È come se un po’ di anni fa ci si fosse messi attorno a un tavolo a discutere sul modo migliore per tornare al passato nella maniera più immediata e comprensibile per il più grande pubblico raggiungibile. Smembrate completamente quelle strutture pianistiche e ritmate del country più sincero di band come Aliotta Haynes & Jeremiah e America (oppure, perché no, gli stessi Wings), e rallentate fino a quasi l’annullamento della batteria, viene fuori un dipinto musicale rilassato – escludendo la gran parte dei testi – e molto orecchiabile. L’idea folgorante: chitarra sulle ginocchia e via con il registratore, dolcemente.

Viene in mente (così su due piedi) quel disperato Justin Vernon dei primissimi album, successivamente genio creativo nel progetto Bon Iver. E ancora – scontato – quel furbacchione di Ed Sheeran sempre più sulla via del santo sintetizzatore e l’altra celebrità George Ezra chitarra in spalla e bel faccino. Una serie di personalità diversissime che a modo proprio hanno fatto della semplicità la propria arma vincente. Una schiera di chitarre – alle quali ne potremmo aggiungere a centinaia solamente ascoltando la programmazione radio di una giornata – che urlano nostalgia.

E non dimentichiamo il ruolo vitale (nel senso più stretto del termine) della nuova diffusione musicale rappresentata da quella industria delle clip che fa views e soldi allo stesso tempo. Cambia il contenitore ma non il contenuto, si potrebbe dire: è sulla nuova “scatola musicale” di Youtube che crescono – o rimangono ineluttabilmente sommersi dalla mole di video – molti dei nuovi solitari talenti. Già, il business discografico affiancato dal colosso dei video (da cui provengono tutti i link in questo testo): è un’altra storia da raccontare.