Lo confesso: ho immaginato, una volta (più di una volta) come sarebbe vivere la vita secondo un meccanismo di level up. Come nei videogiochi: sconfiggi un nemico, guadagni punti esperienza e diventi più forte.

Certo, nella vita vera non capita tutti i giorni di combattere nel senso fisico del termine, ma immagina una dinamica simile applicata alle sfide quotidiane: passi un esame, +300 exp. Trovi le forze per andare a correre (e corri pure un po’), +200 exp. Ti dichiari alla ragazza dei tuoi sogni, +500 exp. Vi confessate il vostro reciproco amore: level up!

Bryan Lee O'Malley, Scott Pilgrim gets it together, 2007
Bryan Lee O’Malley, Scott Pilgrim gets it together, 2007

Purtroppo, a voler applicare questo meccanismo in maniera realistica, vale anche il discorso opposto: il level down. Tanto per fare un esempio, rispetto ai miei anni da teenager: ho messo su panza, non riesco a toccarmi le punte dei piedi, faccio fatica ad alzarmi presto, mi sono impigrito da matti (da un punto di vista fisico e psicologico). Se davvero ci fosse una barra del livello, non avrei il coraggio di guardarla.

C’è questa piccola perla, elargita dal sempre ottimo Zerocalcare, che spiega in termini realistici il valore simbolico del videogioco nell’adolescenza, e porta il discorso del level up/level down in un ambito un po’ più concreto:

 “I videogiochi sono il più vivo esercizio di democrazia in occidente. Non importa che tu sia un mandrillo corazzato o un lanciatore di coriandoli. Se hai i riflessi pronti e dita allenate, puoi battere il più grosso dei nemici. Capito? I videogiochi sono come il sogno americano. Lavora duro e avrai la tua villetta col barbecue. Non ci sono porte chiuse a priori. Per questo si mischiano all’adolescenza.

(Zerocalcare, La profezia dell’armadillo)

Democratico, meritocratico: se smetti di allenarti, cadi.

(Poi, ci sono gli imprevisti, eh, della serie che neanche due pagine dopo Zero si ritrova umiliato da un ragazzino in una partita alla Wii; i sensori di movimento richiedono un certo fisico, è un po’ come se il crudele mondo reale entrasse di prepotenza nello schermo per infrangere anche la tua ultima difesa)

Insomma, level up come metafora della crescita, eh? Se dovessi scegliere un’opera che incarna questo meccanismo alla perfezione, quest’opera sarebbe Scott Pilgrim.

Per chi non sapesse di cosa parlo, Scott Pilgrim è un fumetto del canadese Bryan Lee O’Malley, pubblicato in sei volumi dal 2004 al 2010 (a cui sono seguiti un film, Scott Pilgrim vs the World e un videogioco, entrambi del 2010)

La trama è piuttosto semplice: Scott è un ventitreenne canadese con una vita niente male. Suona in una band (non troppo dotata), vive a Toronto, condivide un appartamento col suo migliore amico gay, sfoga lo sconforto di un cuore spezzato con una liceale che lo idolatra. Poi, incontra la ragazza dei suoi sogni (in senso davvero, davvero letterale).

Le cose si complicano quando viene a sapere che non potrà stare con questa ragazza fino a quando non avrà sconfitto i suoi sette ex fidanzati malvagi. Così, tra combattimenti d’arti marziali e viaggi nell’iperspazio, poteri psichici, tradimenti e complotti, l’epopea di Scott ha inizio.

Insomma, la trama di base è molto semplice, così come lo è lo stile di O’Malley: un design immediato e compatto, dai contorni spessi e netti, con un bianco e nero ben definito, “sporcato” ogni tanto dall’uso del grigio; l’effetto finale è un miscuglio tra una serie Cartoon Network e un manga.

E questa semplicità, da un punto di vista estetico quanto concettuale, è tutto fuorché un difetto.

La storia non ci mette molto a scavalcare il confine che porta il lettore da una normale college-comedy ad un mondo surreale; i personaggi, attenendosi ad un senso della realtà quasi alla Wes Anderson, si stupiscono di più per la tresca di Scott con una diciassettenne, che per un tizio volante dotato di poteri mistici che sfonda il soffitto e inizia una battaglia col protagonista, con tanto di acrobazie, contatore delle combo e l’evocazione di fighette indie-rock e palle infuocate.

Bryan Lee O'Malley, Scott Pilgrim's precious little life, 2004
Bryan Lee O’Malley, Scott Pilgrim’s precious little life, 2004

Il risultato è che lo stesso lettore smette di farsi domande, guardando la realtà con la stessa lente che sembra filtrare la visione di O’Malley.

Lo stile narrativo, colorato ed efficace, riesce a fondere uno humour (post)moderno e citazionista, spesso sottile e quasi mai sopra le righe, a momenti più drammatici, sempre filtrati attraverso un velo di irrealtà.

Scott, il protagonista, è un’icona postadolescenziale; pigro, confuso, senza prospettive, suscita simpatia, comprensione, fastidio (e a volte ti fa proprio incazzare).

Eppure, nonostante tutto, alla fine continui a tifare per lui.

Bryan Lee O'Malley, Scott Pilgrim gets it together, 2007
Bryan Lee O’Malley, Scott Pilgrim gets it together, 2007

In fin dei conti, il personaggio di Scott riassume un pochino quello stato d’animo di chi sta uscendo dai teens ed entrando nei twenties; quello stato d’animo universale contenuto con una bella dose d’ironia (e un pochino di autoindulgenza) in un solo, azzeccatissimo verso di una canzone: nobody likes you when you’re twenty three.

Ma anche 24, 25, 26 e via dicendo.

 

Bryan Lee O'Malley, Scott Pilgrim gets it together, 2013
Bryan Lee O’Malley, Scott Pilgrim gets it together, 2013

Una delle cose belle di Scott Pilgrim è che ti fa capire che si cresce, e che bisogna crescere. Ma non te lo fa pesare. Non c’è una vera e propria morale, non ci sono paternali. Non c’è una vera e propria ragione per cui Scott debba sconfiggere la Lega degli Ex Fidanzati Malvagi (sì, sono organizzati in una Lega che ha pure un nome), ma lo fa perché va fatto. Un po’ come quando ti capita, senza ragione, un qualsiasi ostacolo lungo il percorso. E lì, level up o level down, sta un po’ a te.

Bryan Lee O'Malley, Scott Pilgrim's finest hour, 2010
Bryan Lee O’Malley, Scott Pilgrim’s finest hour, 2010

E va a finire che la paternale la faccio io. Facciamo finta che non sia mai successo.

Ora, per chi avesse voglia di leggere questo gioiellino di fumetto con un sottofondo musicale, ho preparato una piccola soundtrack (più o meno) a tema. Così, di petto.

Per chi non si fidasse, e farebbe bene a non fidarsi, vi do pure i nomi degli album che O’Malley ha ascoltato durante la stesura dell’opera.

E dato che sono buono, pure l’OST del film.

 

 

INOLTRE

O’Malley consiglia

The Cardigans – Super Extra Gravity

Annie – Don’t Stop

Neko Case – Middle Cyclone

Gorillaz – Plastic Beach

LCD Soundsystem – This Is Happening

Sleigh Bells – Treats

Pavement – Quarantine The Past

Spoon – Transference

Nicola De Zorzi