Appena sei da quelle parti, il fiume scorre in basso come una pietra. L’acqua è il tuo letto, le piccole onde fanno da cuscino alla tua testa.

(King Gizzard & The Lizard Wizard, The River)

Si apre con queste parole il primo brano di Quarters!, sesta fatica studio di una band australiana dal nome tanto faticoso quanto leggero e sgargiante. The River, la prima jam del disco, è una cavalcata space-rock di dieci minuti e dieci secondi esatti; le tessiture guizzanti di chitarra elettrica ricordano i riflessi del sole sull’acqua scintillante, i giochi di batteria sassi e piccoli rami che cozzano trascinati dalla corrente. In mezzo al ritornello in cui le parole “floating down” si ripetono ossessivamente, emerge a tratti un gentile e isterico grido in falsetto, “the river!”, che pare un pesce, magari il nostro animale guida, in procinto di saltare fra i flutti. Il ritmo cambia, rallenta, arriva qualche istante di semi-silenzio, prima che la batteria cresca – staremo arrivando ad una rapida? – e il tutto si fa frenetico. Poi il pericolo passa, e possiamo di nuovo rilassarci, scorrere assieme all’acqua a pancia in su, guardano e non-guardando il cielo, con l’acqua fresca che ogni tanto ci schizza in faccia, costringendoci a chiudere gli occhi.

 “Appena sarai dove ti ho condotto, ciò che ti ho detto ti sarà chiaro. Galleggia senza una meta; il fiume scorre come un’altra lunga strada.

(King Gizzard & The Lizard Wizard, The River)

Le strofe della canzone ci trascinano con la corrente, mentre il paesaggio tutt’attorno ci scorre accanto; i riflessi della luce sull’acqua prendono le forme e i colori degli scarabocchi che compaiono tra la retina e la palpebra quando ti stropicci gli occhi; dopo un po’, diventano praticamente tutto quello che vuoi.

Il viaggio inizia.

Nel 1965, l’americano John Cheever scrive uno dei suoi racconti migliori, più intimi e simbolici: Il nuotatore.

È la storia di Neddy Merrill, che si considera “in generale, e modestamente, un individuo leggendario”, e della sua decisione domenicale di percorrere la distanza – una quindicina di chilometri – che lo separa da casa sua, a nuoto, seguendo un percorso attraverso le piscine costellate lungo il quartiere.

 “Gli sembrava di vedere, con un occhio da cartografo, quella catena di piscine, quel corso d’acqua quasi sotterraneo che si snodava attraverso la contea. Aveva fatto una scoperta, aveva dato un contributo alla geografia moderna, e quel corso d’acqua l’avrebbe chiamato Lucinda, col nome di sua moglie.

(John Cheever, Il Nuotatore)

Allora Neddy si tuffa in questo fiume immaginario, in quello che lui percepisce come un pellegrinaggio, o una spedizione avventurosa d’altri tempi. La traversata è costellata da giardini in cui i membri dell’alta società danno i loro party estivi; tappe obbligate, incontri che rallenteranno il suo viaggio ma che rappresentano la responsabilità dell’esploratore di rispettare “i costumi e le tradizioni di ospitalità degli indigeni locali”.

La prima parte del percorso si sviluppa sotto il sole di un’estate perenne, ogni tappa di questo bizzarro pellegrinaggio è accolta da benvenuti calorosi, drink e risate sospese nell’aria tiepida. Poi, tutto è messo in discussione: arriva un temporale, poi la necessità di attraversare la statale; la figura di Neddy, bagnata e in costume da bagno in mezzo alle macchine è messa in ridicolo, inizia a perdere il proprio eroismo estemporaneo.

 “Non posso crederci. Si è ghiacciato.

(King Gizzard & The Lizard Wizard, The River)

Il temporale ha cambiato tutto; l’estate ha ceduto il passo all’autunno, le ore necessarie alla grande traversata hanno ceduto il posto agli anni. L’acqua limpida color smeraldo si è fatta opaca, puzzolente di cloro. Il viaggio di Neddy, quello che doveva essere un pellegrinaggio, un viaggio di scoperta, vede l’uomo sopraffatto da eventi di cui non aveva colto il segnale; alzando gli occhi al cielo non riconosce le stelle che era abituato a vedere; arrivato a casa, la trova buia e deserta, disabitata da anni.

La traversata non ha portato Neddy a crescere: l’ha fatto semplicemente invecchiare, sfinito, bracciata dopo bracciata, dall’estenuante nuotata attraverso una vita sociale e famigliare infelice (ha battezzato il fiume col nome della moglie, ma questa a malapena lo bada quando lui le comunica la sua bizzarra decisione), verso la più desolante delle mete.

Mi sono spesso chiesto come sarebbe andata la storia, se l’uomo avesse provato a tornare sui propri passi: se, vedendo l’esito sempre più oscuro della propria impresa, avesse deciso di tornare indietro, alla sorgente. Se, in un disperato tentativo di salvezza, fosse andato controcorrente e, invece di affrontare una sfida priva di scopo, ne avesse tentata una altrettanto estenuante, ma più gratificante, recuperando il tempo perduto, cercando di trovare un rimedio alla fonte.

Mi viene in mente quel gioiellino che è Il treno per il Darjeeling, del texano Wes Anderson. I tre fratelli Whitman, dopo un anno di silenzio in seguito alla morte del padre, si riuniscono in quello che dovrebbe essere un viaggio di formazione e riscoperta del loro rapporto perduto e di una direzione interiore. Anche se si tratta di un viaggio alla scoperta di terre mai viste – geografiche così come interiori – è, in un certo senso, un percorso a ritroso: l’obiettivo sembra essere, per metà, il recupero di qualcosa legato al passato che è andato perduto. Per l’altra metà, l’obiettivo è crescere, maturare, uscire da quel limbo infantile che ha intrappolato i tre uomini come una secca improvvisa.

Gli egoismi, le manie di controllo e i pesi del passato vengono pian piano abbandonati, e per una volta le responsabilità non sono viste come un limite alla libertà. E in questo il fiume torna prepotente, non solo come metafora di viaggio (frenetico e pieno di imprevisti come un viaggio in treno), ma come elemento naturale di sfida e battesimo.

In una delle scene più azzeccate del film, i tre Whitman cercano di soccombere tre ragazzini in preda ad una corrente impetuosa: proprio Peter, che ha approfittato del pretesto del viaggio come fuga dall’imminente paternità, fallirà nel tentativo di salvare “il suo”, vivendo in prima persona un dolore necessario a raggiungere la maturità.

E da quel fiume indianissimamente colorato, che sa di vita e di morte, passiamo ad un altro topos fluviale ben piantato nell’immaginario collettivo. Il Mississippi, luogo delle avventure protoamericane di Huckleberry Finn e strada liquida per autori quali Joe R. Lansdale. Il fiume che scorre parallelo alle strade impolverate che percorrono Everett, Delmar e Pete nella loro personale, picaresca Odissea in Fratello, dove sei? di Joel ed Ethan Coen. Un fiume la cui acqua fangosa può dare l’illusione di purificarci, può ingannarci come il canto delle sirene, o spazzare via tutto quello che avevamo di stabile, darci l’impressione che tutto sia perduto, e darci la possibilità di ricominciare.

Nicola De Zorzi