La metamorfosi sembra essersi completata. E il (ri)ciclo musicale concluso. Il Festival di Sanremo è un fenomeno dello show business e come tale si adegua all’audience – o in maniera più complessa l’adegua a certi standard – bella o brutta che sia. Vent’anni di storia italiana attraverso i trionfi televisivi alla sagra della musica italiana, a volte scandita da grandi lanci sul mercato, altre volte solo brillanti fiammanti stelle cadenti. Questi ultimi dieci aggrediti dai talent show hanno fatto sfoggio di giovani volti dal grandissimo seguito. Domanda delle domande: a Sanremo vince chi “vola” o chi “deve volare” ?

Casca a pennello la vincitrice dell’edizione ’97 (esattamente vent’anni fa): Fiumi di parole dei Jalisse, cantata da Alessandra Drusian affiancata dal marito Fabio Ricci, si aggiudicò quel festival tra mille polemiche e accuse di plagio a Listen to your heart. Quell’anno partecipavano anche grandi come Nek, Patty Pravo, Tosca, Syria con altrettanti splendidi brani. Adocchiata forse da Pippo Baudo, grazie al quale ottenne diverse apparizioni televisive negli anni precedenti al Sanremo vittorioso, la Drusian non scalò di certo le classifiche dopo la competizione canora. Tre anni fa la cantante si è presentata in formato solista al programma “The Voice” ottenendo solo le spalle dei quattro giudici, tutti poi giustificatisi goffamente in maniera più o meno decente. Contrappasso?

Da Miss Italia a Sanremo ’98 è il balzo di cui si è resa protagonista Annalisa Minetti, cantante non vedente vincitrice della successiva edizione con Senza te o con te, dopo aver partecipato al concorso di bellezza nazionale nel 1997. Una storia degna dei più commoventi pomeriggi televisivi odierni. Si può dire che abbia ottenuto risultati migliori in assoluto nello sport – record mondiale nei 1500 metri piani – piuttosto che nella carriera musicale o in quella politica.

A proposito di balzi, possiamo compierne uno imponente che racchiude ben sette edizioni. Il perché? Tutti i professionisti – o quasi – navigati e affermati che hanno conquistato le edizioni apparentemente in modo agevole hanno disegnato un percorso privo di sorprese che forse ha rafforzato – se non fatto nascere – il groppone sulle spalle della Rai del “festival noioso e pesante”. Per carità, non sono stati i cantanti in questione, né tanto meno la loro musica a tediare il pubblico italiano, quanto la mancanza di clamore e scalpore che tanto piace a giornali, telegiornali e che impenna lo share. Stiamo comunque parlando di trionfi targati (rispettivamente in ordine di edizione) Oxa, Avion Travel, Elisa, Matia Bazar, Alexia, Masini, Renga, che proprio da “pubblico capra” non sono. Anzi tutto di guadagnato per il panorama musicale italiano e per un sano mercato discografico.

E poi arriva Povia. E siamo al 2006, l’anno dopo I bambini fanno ooh per intenderci. Come dimenticare il tormentone? Brano che – nello stupore e nella rivolta popolare – non fece ingresso all’Ariston ’05 per via dei regolamenti che non consentono la partecipazione di brani con ascolti precedenti alla manifestazione canora. Poco male: Povia vince la 56esima edizione con Vorrei avere il becco ed è gloria, consacrazione. Semplicità “acchiappa tutti” (grandi e piccini) la nuova filosofia commerciale del Festival. Nello stesso podio era presente Anna Tatangelo con Essere una donna. Il terzo posto che soddisfa anche le “donne forti”.

Sanremo per il sociale, la nuova campagna partita all’edizione ’07 caratterizzata da due brani: Pensa di Fabrizio Moro e Ti regalerò una rosa di Simone Cristicchi, rispettivamente il vincitore della categoria “giovani” e di quella “campioni”. Comincia qui il lunghissimo – non ancora terminato – filone della canzone sociale d’obbligo ad ogni Festival di Sanremo che si rispetti, perché il dibattito pubblico va animato: dalla mafia all’omosessualità, da Emanuele Filiberto (come?) alla violenza sulle donne. L’anno successivo risulteranno molto chiacchierati due giovani in ascesa – in un modo o in un altro – che salgono quasi in vetta al Festival: lo stesso Moro e la Tatangelo. Più di un ascoltatore/lettore ha tremato.

Un lustro di lusso per i talent show è il blocco di edizioni ’09-’13 interrotto (per non si sa quale motivo) da un Chiamami ancora amore di Roberto Vecchioni. Forse c’era il rischio di ricadere nel tunnel “noioso e pesante”, a questo punto monotono, della trafila dei giovanotti che sfondano all’occasione televisiva tra le più ghiotte per volare: Marco Carta, Valerio Scanu, Emma, Marco Mengoni. E così negli anni a seguire – fino a oggi – ci saranno negli elenchi della manifestazione artisti, qua e là, tutti provenienti da “Amici di Maria de Filippi”, da “X-Factor” et similia.

Per poi prendere definitivamente Il Volo. Dopo Arisa, piacevole scoperta ma icona di una “bellezza diversa” che sfonda (e ahimè strumentale) e Il Volo giungiamo agli Stadio (come Vecchioni) e a Francesco Gabbani, satiro di Occidentali’s Karma per il 2017. Doverosa la riflessione sulla rampa di lancio che nel ventennio trascorso dal ’97 ha compiuto un’evoluzione. Possibile che prima si volasse per forza di cose – perché destinati a ritrovarsi soli – e che adesso “si debba volare” per un pubblico?

Anche se è troppo difficile azzardare una direzione del contemporaneo Sanremo canoro, pare ci siano (almeno) due “amministrazioni” della baracca: una prima più incentrata alla promozione di talenti destinati a una carriera indipendente post-Festival (per non dire solitaria o per pochi eletti) o di altri che finiscono per essere stati solo “foglie sospinte nell’immensità dello spazio” da singoli personaggi del mondo dello spettacolo; la seconda decisamente più “connessa” con i telespettatori dall’altro lato della telecamera, più elastica – o elasticizzante – sui dibattiti di moda, giornalistici, culturali e sociali con un’attenzione ai programmi giovani. Perché quei piccini che facevano ooh sono cresciuti! Sarà che anche uno show come Sanremo sia diventato social ? E che come tale cresca insieme a noi a un dato punto nel quale si avverte una nascita generazionale commerciale? Spettacolo e pubblicità ci seguono per rimanere un passo davanti a noi. Arrendetevi al paradosso.