La classifica dell’IPU (l’Organizzazione Mondiale dei Parlamenti) del 2017 circa la presenza femminile in politica ha mostrato risultati inaspettati; ai primi tre posti della graduatoria per la presenza di donne in Parlamento, infatti, troviamo Ruanda, Bolivia e Cuba. La stessa classifica stipulata nel 2002 illustrava una situazione differente, ai primi posti c’erano infatti Svezia, Danimarca e Finlandia.

Subito dopo Cuba, nella lista del 2017 si trovano Islanda, Nicaragua, Svezia, Senegal, Messico, Finlandia e Sud Africa. La presenza di paesi europei nelle prime posizioni è quindi calata in maniera piuttosto evidente. Ciononostante, non si tratta di una completa sorpresa; il Ruanda si trova tra i primi posti dalle elezioni del 2003. Per la Bolivia, il momento di svolta sono state le elezioni del 2014, mentre Cuba si è sempre annoverata nella top 15 dalla nascita di questa classifica. Quest’esito può comunque destare curiosità, dal momento che sarebbe logico aspettarsi che paesi dall’economia più sviluppata ricoprano posizioni più alte per quanto riguarda i diritti civili. Ciascuna di queste tre nazioni ha motivazioni sue, legate alla propria storia e alla propria società; si può tuttavia notare una dinamica simile alla base di questo fenomeno.

Per quanto riguarda il Ruanda, un elemento di grande influenza su vari aspetti del paese è il famoso massacro del 1994, che causò oltre 1 milione di morti.  Le origini di questo genocidio risalgono al crollo del muro di Berlino e alla conseguente introduzione del multipartitismo in Africa per via dell’influenza degli Stati Uniti.

‘L’idéologie Belgique coloniale de la race’ – A sinistra; caratteristiche Hutu/ A destra; caratteristiche Tutsi

Il clan presidenziale Akazu, preoccupato dalla crescita del sostegno al FPR (Fronte Patriottico Ruandese), che ne minacciava i privilegi, si unì agli Hutu meditando un piano di “eliminazione strategica” degli avversari Tutsi. Si trattò di un massacro che coinvolse anche i civili, accusati di tradimento se non prendevano parte attiva all’uccisione del clan rivale. Si stima che tra le 250.000 e le 500.000 donne siano state stuprate durante questo periodo; molte di quelle che non venivano successivamente uccise, morivano per le conseguenze delle violenze o contraevano l’AIDS. Tutt’ora i figli nati da quegli stupri sono discriminati in Ruanda. A fine genocidio, le donne sopravvissute e rimaste sole hanno dovuto provvedere alle famiglie e ricostruire i villaggi; molte di loro si sono successivamente unite in cooperative autogestite per la produzione e la vendita di caffè.

Dal 1998, il FPR ha messo in atto sforzi per l’inclusione e l’emancipazione della donna in molti campi, tra cui imprenditoria, educazione e soprattutto politica. Nella Costituzione del 2003 sono state introdotte le quote rosa, che hanno validato un cambiamento sociale già in atto dal momento che la maggior parte dei capifamiglia erano donne; questo spiega la presenza femminile massiccia nella politica del Ruanda.

In Bolivia la situazione per le donne, specialmente se indigene e povere, non è delle migliori. Le boliviane sono in continua lotta per ottenere diritti umani; molte di loro si fanno chiamare cholitas, da chola, termine dispregiativo per indicare le figlie miste di coloni e nativi. Evo Morales, primo presidente indigeno della Bolivia e in carica dal 2006, leader e fondatore del partito Movimiento Al Socialismo (MAS), ha storicamente incluso le donne nelle cariche politiche.

Nel 2009 furono elette 46 parlamentari donne, per una percentuale del 28% contro la media mondiale del 19,4%; risultato raggiunto grazie alle politiche del presidente boliviano insieme al lavoro dell’organismo-lobby Coordinadora de la Mujer, un insieme di movimenti e associazioni femminili che esercita pressione sulle istituzioni. Oggi, gruppi autogestiti di donne si battono per la rivendicazione di nuove strutture sanitarie, acqua potabile, ma anche istruzione, formazione e preparazione professionale.

Stile delle cholitas, basato sugli abiti tradizionali della popolazione indigena Aymara

Dal 2013 la Bolivia è il paese latinoamericano con il più alto tasso di violenza fisica contro le donne dopo Haiti; questa situazione tragica ha richiesto un grande impegno per superare le innumerevoli sfide alle quali le boliviane sono sottoposte quotidianamente. Dal giugno 2013, dopo anni di numerose aggressioni, è stata approvata una legge che punisce il femminicidio con 30 anni di reclusione.

Cuba è un caso a parte rispetto a quelli ruandesi e boliviani, poichè la situazione femminile cubana si fonda su una rivoluzione culturale risalente alla ratifica della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione della donna (1980).

Comunque, per tutte e tre le vicende esaminate, traspare una dinamica comune; tre paesi poveri in cui la combinazione di una condizione femminile tragica combinata ad un ruolo di un certo spessore della donna (dovuto di solito alla decimazione della popolazione maschile per via di una guerra, ad esempio) hanno funto da propulsione per una ricerca accellerata di condizioni paritarie.