Febbraio 2013.
Una domenica di pioggia e qualche spruzzo di neve, una domenica cruciale per la nazione: il fermento del voto e plotoni di fotografi come cecchini, pronti a fermare sulla memory card i candidati sorridenti e ingessati, mentre tengono sospese le loro schede elettorali, quanto basta per un milione di scatti a raffica, prima di lasciarle cadere nel grande salvadanaio dell’urna. Un candidato, mentre fa la ruota come un pavone davanti alle fotocamere dei giornalisti, si attarda compiaciuto nella sua posa da teatrante (con massimo rispetto per chi si occupa di teatro) e non si priva del gusto, prima di congedarsi, di un’esortazione a una giovane imbarazzata e contrariata scrutatrice: «Tu devi imparare a sorridere».
La stessa domenica: appena fuori da quelle stanze, tre ragazze del gruppo Femen, vengono portate via con la forza, mentre gridano «Basta Berlusconi», a seno scoperto.
Di quel pomeriggio resta una fotografia, scattata fra milioni di flash e ormai finita nell’oceano della rete: se non racconta una storia inequivocabile, certo rappresenta già il simbolo e il senso di un ritorno, che per noi in Italia non è mai stato un addio (forse neppure un arrivederci): la convinzione arrogante e stantia , che esista un qualche primato dell’uomo sulla donna, che la renda oggetto consenziente, perennemente a portata di stimolo e provocazione.

Silvio Berlusconi al seggio davanti ai fotografi, 2013.

Lo scatto, che diventò immediatamente virale, mostra con uno sguardo che abbraccia tutta la scena, a destra l’ex premier del Pdl mentre in posa staged, sorride e attesta con il gesto di sospensione sulla ferita dello scatolone, la sua preferenza per il futuro del paese; a sinistra un muro di giornalisti muniti di fotocamere, tablet, videocamere, intenti a registrare il compiacimento e sotto, circondata e inerme, la giovane scrutatrice di prima, che si copre la fronte con la mano, negandosi a quel teatrino mediatico, vuoi per stanchezza, vuoi per nausea o forse per eccessiva timidezza.
Ma non le è dato di negarsi, qualsiasi sia il motivo che la rende ostile, non può farlo per la prepotenza dei tempi moderni e della macchina dell’informazione. Il suo silenzio viene chiamato in causa, la sua mancanza di entusiasmo giudicata e sottolineata.
E lei ha solo un modo per difendersi, scegliere di non sorridere.

Ci sembra tanto lontano il 2013?
Prendiamo un video, anche questo divenuto virale nel giro di poche ore.
20 gennaio 2017, cerimonia per l’insediamento di Donald Trump, nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.
Qui avviene il ribaltamento di ciò che raccontavamo poco fa: La moglie Melania, sorride orgogliosa guardando il marito che le dà le spalle. Lui si volta, le dice qualcosa (non sappiamo cosa) e torna impassibile nella sua postura iniziale. Lei, al contrario, improvvisamente cambia espressione, il suo viso si taglia in una smorfia che oscilla fra la tristezza, il fastidio e la mortificazione. Come una bambina sgridata da un adulto.
Prima si chiedeva con prepotenza a una donna un sorriso e qui, con altrettanta arroganza, lo stesso sorriso viene spento come fosse azionato da un interruttore. Sono i due poli della stessa mostruosa stupidità dell’animale uomo.

Il punto della questione è proprio questo: scegliere di non sorridere di fronte all’ostentazione di una ridicola, fallica, improbabile onnipotenza.
Fra i molti interessanti mi piacerebbe parlarvi di due percorsi, nella storia dell’arte contemporanea e della musica indipendente, particolarmente significative in questo senso.
Da un lato il fenomeno Riot Grrrl! con le declinazioni che ne sono scaturite, dall’altro certa fotografia costruita, interpretata e ragionata, negli anni del post-modernismo, hanno regalato contributi decisi, tesi a rimarcare un secco e chiaro «No» alla più antica e tollerata delle violenze.

Pensiamo alle Bikini Kill, capitanate dall’infaticabile e coraggiosa Kathleen Hanna (quella che disse a Kurt Cobain che sapeva di spirito giovane), fondatrice a Olympia (capitale dello stato di Washington) di un movimento culturale e musicale (di matrice punk), improntato su un femminismo militante che intendeva porre l’accento su problematiche cruciali come gli abusi domestici, lo stupro, la sessualità e il sessismo, la riappropriazione di una consapevolezza e di un potere contro il predominio maschile. Nel fare questo, il fenomeno Riot grrrl si affrancava dalle femministe degli anni ’70, sfoggiando un look che invece di rifiutare gli stereotipi sulla donna e sulla femminilità del tempo, ne proponeva una parodia portata all’eccesso, trasformando le proprie militanti in un esercito di bamboline in sottoveste e anfibi, rumorose, squisitamente sgraziate e inarrestabili.

Come donna mi è stato insegnato ad essere sempre affamata
Le donne conoscono bene la sete
Si, avremmo potuto mangiare qualsiasi cosa
Potremmo addirittura mangiarci il vostro odio come fosse amore

(Bikini Kill, Feels Blind)

Prendiamo Sherrie Levine, esponente di rilievo dell’arte dell’appropriazione, che con i suoi prelievi fotografici di opere già esistenti, vi ha saputo costruire intorno concetti nuovi e complessi, spingendo l’osservatore a uno sguardo critico e rigoroso, come in After Walker Evans (1981), dove l’appropriazione consiste nel gesto di ri-fotografare le immagini del leggendario documentarista americano, ristampandole, conferendogli un punto di vista altro e firmandole. Con il proposito di dare una seconda vita differente a concetti già espressi nel passato.

Sherrie Levine, After Walker Evans, 1981.

O ancora consideriamo le L7, di Los Angeles, fondate da Donita Sparks e Suzi Gardner che con l’appellativo di Fox-core, sintetizzarono un ibrido di grunge e punk, violento ma accattivante (tanto da riuscire a scalare le classifiche), incentrato su tematiche quali la marginalizzazione delle donne nella struttura socio-politica in cui sono cresciute e l’esigenza di una riappropriazione della propria centralità, raccontando spaccati di vita e storie minime, dove donne libere e coscienti mettevano in dubbio ironicamente e apertamente questa supposta sovranità maschile.

Che succede e come va?
In ogni città, in ogni paese
Rendere goffe le maniere è il piano
Ci hanno nel palmo di ogni mano
Quando fingiamo di essere morte
Non possono sentire nessuna parola che abbiamo detto
Quando fingiamo di essere morte
(L7, Pretend We’re Dead)

Mi viene in mente a questo proposito Barbara Kruger, che utilizza immagini recuperate da riviste o pubblicità, decontestualizzandole con il bianco e nero, e inserendovi al loro interno, testi che ne stravolgano radicalmente il senso: la sua tecnica richiama i primi esperimenti cubisti di miscela di elementi diversi insieme alla parola scritta, passando dalle provocazioni dadaiste e da nomi come Raoul Hausmann , Hannah Höc e John Heartfield, facendo della tecnica del collage, una forma d’arte tipicamente militante e politicizzata.

Barbara Kruger, Untitled (Your Body Is a Battleground), 1989.
Barbara Kruger, Untitled (Your Gaze Hits the Side of my Face), 1981.
Barbara Kruger, Untitled (You are not yourself), 1984.

Infine altre due suggestioni messe a confronto.
Le Sleater-Kinney, band al femminile che è cresciuta a pane e Bikini Kill, nell’Olympia che ha dato i natali alla rivolta delle ragazze punk e ha costruito, sulla base di quel background, un suono meno violento e più complesso, particolarmente caro al panorama indie-rock, restando però aderenti a valori di liberazione dell’identità sessuale e di emancipazione femminile.

Hanno preso le nostre idee per il loro negozi di marketing
E adesso sto spendendo tutti tutti i miei giorni
Cercando di riacquistare un pezzo di me.

(Sleater-Kinney, #1 mustang have)

Nome fondamentale, sebbene non formalmente legato al movimento femminista, sebbene ne sia stato largamente ispirato, è quello di Cindy Sherman, che si è dedicata per quasi tutta la sua vicenda artistica, alla questione dell’identità femminile, analizzata mediante autoritratti concettuali, che trovano la loro espressione più incisiva e compiuta nella longeva serie Untitled still films (1977-80), in cui mette in scena finti fotogrammi cinematografici, dove impersona stereotipi di bellezza e sensualità femminile (come l’eroina dei film noir e horror, la ragazza di campagna, la casalinga, la pin-up, la donna misteriosa, la femme fatale), del mondo del cinema contemporaneo (al periodo in cui è stato realizzato il lavoro) o del passato, dettati e codificati da una visione tipicamente maschile: la sua è quasi un’arte performativa bloccata su pellicola, ironica e arguta, intellettuale, carica di quella solida cultura che da alcuni, oggi, viene tacciata di snobismo e allontanamento dai problemi concreti della gente, solo per giustificare un’ignoranza consapevole e dilagante.

Cindy Sherman, Untitled Film Still #10, 1978.
Cindy Sherman, Untill Film Still #14, 1978.
Cindy Sherman, Untitled Film Still #31, 1977.

Appena tre nomi, da d’un lato e dall’altro, fra i molti autorevoli, non per parlare di una visione della fotografia e della musica al femminile, altrimenti avrei dovuto chiamare in causa altri esponenti da cui non si può prescindere, ma piuttosto di un modo di usare l’arte come forma di contestazione e rifiuto.
Questi due approcci, in apparenza divergenti, sono stati tanto moderni da riuscire ancora oggi a smuovere riflessioni importanti sulla condizione della donna, mutata nell’immaginario collettivo, ma di nuovo e ancora, sottoposta a una visione, e di conseguenza a un giudizio, di inclinazione maschilista e prevaricante, specie nello scenario sociale (sempre più frequenti sono i casi di femminicidio o aggressioni a donne con l’intento di sfigurarle, come fossero giocattoli da rompere una volta che ne perdiamo il possesso) e spesso anche in quello creativo.
Da qui il senso del negare il proprio sorriso davanti a un potere presunto, da sgonfiare come un palloncino triste e patetico.

Ricordo al riguardo il ritornello di una tagliente e bellissima canzone dei Nirvana, che raccontava di un’altra donna, Frances Farmer, vittima dell’impossibilità di negarsi, davanti al gigante mediatico, lasciando che questo si divorasse le sue libertà:

I miss the confort in being sad
I miss the confort in being sad
I miss the confort in being sad
I miss the confort in being sad

(Nirvana, Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle)

Ad libitum.
Mi manca il conforto di essere triste, oggi.

Alessandro Pagni