Dopo oltre mezzo secolo di stabilità territoriale europea, è la regione catalana a ribellarsi contro lo stato centrale spagnolo: “Vuoi che la Catalogna diventi uno Stato indipendente nella forma di Repubblica?” questo il quesito del referendum previsto – e forse distrutto – del Primo di ottobre. Fa tanto “caro vecchio romanticismo” il risveglio per una Catalogna indipendente, da qualche anno sempre più forte, fino a divenire egemone, in una comunità tra le più ricche della Spagna. Una storia lunga e travagliata quella giunta alla soluzione “di forza” da parte del governo centrale, in particolare dei giudici di Madrid, con l’irruzione della Guardia Civil nelle sedi istituzionali catalane per sequestrare documenti utili per il referendum indipendentista e arrestare segretari e dirigenti ministeriali. Milioni di schede elettorali portate vie, 14 arresti fra funzionari e uomini di spicco del potere catalano. L’escalation tra botta e risposta, provocazioni e sanzioni elettorali è giunta così a un punto di non ritorno in cui Madrid ha cestinato definitivamente il referendum catalano e ha messo in chiaro – per l’ennesima volta – che non verrà tollerato nessun “tradimento” della Carta costituzionale spagnola e non verrà accettata nessuna trasformazione della Catalogna da “autonomia” a “stato indipendente”.

Le manifestazioni spontanee della serata del 20 settembre a Barcellona – come in altre città catalane – si sono scagliate contro il governo centrale di Madrid che da anni cerca di impedire che si tenga il referendum indipendentista dell’1 ottobre, consultazione che risulta ancora sospesa dalla Corte costituzionale spagnola. Sono migliaia le persone radunate sulla Rambla, davanti al dipartimento dell’Economia catalano – uno degli uffici ministeriali perquisiti dalla polizia spagnola – con slogan indipendentisti contro «la dittatura di Madrid». Una scena che non si sarebbe potuta vedere alcuni anni fa, quando l’ETA – l’organizzazione terroristica formata da nazionalisti baschi – rappresentava la commistione inscindibile tra violenza e separatismo nella penisola iberica: oggi in Spagna è possibile urlare all’indipendenza senza essere tacciati per terroristi. Anche quest’ultimo è un aspetto importante che ha aiutato a sdoganare in breve tempo l’indipendentismo della Catalogna e far sì che si sviluppasse tanta mobilitazione a favore di un tema così caldo come l’autodeterminazione di una comunità all’interno di una cornice nazionale più ampia e diversificata, denominata “Stato delle autonomie”.

Il tradimento socialista a Madrid. Il rafforzamento decisivo dell’indipendentismo è avvenuto anche con una particolare situazione politica. Tutte le conseguenze negative di una politica centrale distratta si sono viste in questo ultimo decennio: i liberali, da sempre sgraditi in Catalogna, al governo nazionale fino al 2004 (e poi tornati), sono stati seguiti dal governo socialista di Zapatero; quest’ultimo riuscì a ottenere importanti voti catalani con la promessa di aiutare la regione a ottenere ulteriori ambiti di autonomia e modifiche allo statuto della Catalogna che ne avrebbero fatto una “nazione”; arrivato al 2008 il governo non riuscì a mantenere le promesse di autonomia catalana, anzi creò illusioni, nuove aspettative e pressioni. La Corte costituzionale a maggioranza socialista inoltre bocciò tutte le modifiche a favore della “nazione catalana”. Si conclude così – tragicamente – uno dei primi consistenti atti della storia. La delusione socialista del 2010 fu un duro colpo per la Catalogna – oltre che per Zapatero e i socialisti, crollati alle nazionali – rimasta senza nessuno a difendere la propria causa, ma ancora più motivata a battersi contro tutto e tutti.

I difficili rapporti col governo centrale. La corte costituzionale di Madrid ha già dichiarato all’unanimità che solo il popolo spagnolo nel suo complesso è sovrano e può decidere in materie così importanti come quella territoriale. Una qualunque comunità autonoma all’interno della penisola potrebbe indire un referendum, ma non finalizzato a mettere in discussione la propria appartenenza o meno alla Spagna. Dopo questa pronuncia risalente al 2014 anche il parlamento di Madrid ha rigettato (con maggioranza dei voti, popolari e liberali) la richiesta di indire un referendum da parte del governo catalano. Sembra difficile uno spostamento da parte del massimo organo costituzionale così come di una modifica della Constitución española. Dalla Catalogna sostanzialmente si è fatto un cenno con la testa, ci si è voltati e si è continuato a lavorare per raccogliere consensi per arrivare a un referendum rafforzato da un sicuro sostegno popolare. Si è così assistito alla rapida crescita dell’indipendentismo catalano, insieme a un vero e proprio scollamento culturale con il resto del paese. D’altronde i rapporti tra Catalogna e Madrid non sono mai stati scanditi da un atteggiamento prudente e di compromesso, ma da una rivalità mai così accesa come adesso.

L’importanza della Catalogna. Nel remoto caso in cui l’indipendentismo catalano raggiungesse tale risonanza e forza da realizzare pienamente il suo fine, per Madrid non sarebbe “solo una regione” a cui tener testa. Si tratta infatti di una regione dotata di risorse proprie e più ricca di ogni altra autonomia spagnola. La Catalogna produce 1/5 del pil spagnolo, un dato che la rende strategica per l’intero paese. Al suo interno lavora il grosso del settore manifatturiero, senza considerare che Barcellona, la seconda città del paese, rappresenta una meta di attrazione internazionale, un’icona artistica e multiculturale. Possiede inoltre uno snodo importantissimo, El Prat, il suo aeroporto principale, secondo solo a Barajas, l’aeroporto di Madrid. Però c’è da dire che le identità locali sono già inserite in un “sistema stato” che concede ampia autonomia, e basti pensare agli obiettivi raggiunti dalla Catalogna democristiana in tal senso in fatto di Sicurezza e Istruzione. Ma non è bastato: i contributi annuali alla capitale (5 miliardi di euro), giudicati dal governo catalano troppo esosi, sembrano essere l’ennesimo terreno di scontro che allarga la frattura. È infatti la via dell’indipendenza fiscale che spinge tutta la baracca secessionista catalana.

In conclusione: è possibile una secessione nell’Europa della stabilità? A detta di tutti gli esponenti principali delle istituzioni europee, dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker al presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, pare sia impossibile che la Catalogna diventi una nazione indipendente perché «ciò che minaccia la Costituzione della Spagna, minaccia l’Unione Europea». Inoltre è evidente come l’Eurozona non apprezzi l’instabilità politica ed economica della Penisola iberica, oltre che essere motivo diretto di preoccupazione per la Germania, locomotiva continentale che arranca. Non dimentichiamo che la Catalogna è indipendentista ma anche europeista: una Catalogna indipendente dovrebbe sostenere i pesi economici dovuti all’uscita – anche temporanea – dal mercato “facilitato” europeo e attendere il voto unanime dell’Ue (compreso anche quello della Spagna!) per l’entrata come membro dell’Unione. In pratica, l’operazione di indipendenza catalana assume i tratti dell’attesa di Godot.