Oggi parleremo di Prima Donna, EP di Vince Staples uscito per Def Jam il 26 agosto. Come al solito a modo nostro, in 5 semplici ed immediati punti:

Chi è Vince Staples?
Il disco
Produzioni
Contenuti
Conclusioni

CHI È VINCE STAPLES?

Nato nel 1993 in California, precisamente a Long Beach, Vince Staples inizia a muovere primi passi nella scena californiana facendo parte del gruppo hip hop Cutthroat Boyz. Si fa notare per le sue collaborazioni con alcuni membri della Odd Future, su tutti Earl Sweatshirt (altro enfant prodige della scena hip hop americana). Nel 2013 pubblica un mixtape insieme a Mac Miller, intitolato Stolen Youth. Titolo abbastanza emblematico per un ragazzo che sente il segno della perdita dell’innocenza giovanile tanto profondamente da farne nucleo tematico e contenutistico dei propri album. E così abbiamo Summertime ’06, acclamato (con merito) album d’esordio, uscito lo scorso anno. Un altro titolo importante e poi spiegato dallo stesso Vince: lo stacco con l’infanzia va ricercato in quell’occasione, nell’estate del 2006, quando tutto cambiò, quando un ragazzo di appena 13 incominciò a provare sulla sua pelle l’insensatezza della vita. Il che, unito alla copertina che omaggia esplicitamente Unknown Pleasures e alle produzioni cupe e sinistre, lo rende il rapper più Joy Division che ci sia.

IL DISCO

Ma ora concentriamoci sull’oggetto di questa recensione, Prima Donna.
Pur parlando di un disco hip hop, a conti fatti è difficile definire Prima Donna come un album tipicamente rap. Spesso e volentieri manca la struttura strofa e ritornello, in favore di bridge, hook e outro inquietanti, in cui scompare la strumentale per lasciar spazio al parlato rassegnato di Vince, fatto di semplici considerazioni impregnate di nichilismo, ripetute quasi fossero una sorta di mantra (“Don’t say you feel my pain cause I don’t even feel myself / Blood rushing through my brain, sometimes I wanna kill myself / Sometimes I feel like giving up”).
Nonostante il featuring di A$AP Rocky nella title track possa apparire di spessore in realtà il suo contributo si limita ad un verso ripetuto, a fare da bridge tra le strofe di Vince. Da evidenziare l’altro e unico vero featuring dell’ottima Kilo Kish.
Il momento più alto è rappresentato da “Smile” sia per le liriche sia per quanto riguarda la produzione (notevole l’esibizione live al Jimmy Fallon Show).

PRODUZIONI

Questa volta le produzioni sono affidate, oltre ai soliti DJ Dahi, John Hill e No I.D., all’estro di James Blake che in veste di produttore ci regala due dei migliori brani dell’album: “War Ready”, con il suo fare R&B tormentato da una tastiera ossessiva che riesce nel dare quel tocco hardcore, e “Big Time” che presenta una strumentale più atipica e sperimentale.
Abbiamo poi la mancata hit “Smile” con i suoi riff di chitarra e la frenetica “Loco” che accompagna il botta e risposta tra il flow senza fiato di Vince e il rap catchy di Kilo Kish.
Discorso a parte per la title track che presenta un beat grasso intervellato da atmosfere sognanti.
In generale l’atmosfera che percorre il disco è abbastanza cupa e sinistra.

CONTENUTI

Al centro delle liriche è presente, come sempre, l’intimità di Vince che per questo EP si concentra sulla fama, sul percorso e sui sacrifici fatti per raggiungerla e sui risvolti non sempre positivi che questa porta con sè. Il tutto è ben ricostruito nel cortometraggio, a metà tra l’allucinato e l’onirico, lanciato assieme al disco, la cui visione è vivamente consigliata.
Una corsa al falso idolo del successo piena di distorsioni, su cui ora il rapper si sofferma con maggior consapevolezza guardando al recente passato e cercando di smascherare quell’eccessivo egocentrismo autodistruttivo (esemplari titolo e copertina) che prima o poi tocca tutti.
Rimangono sottese ed importanti le riflessioni sul razzismo (“I know my pigment is not that of a businessman”) e sulla purezza infantile ormai perduta.
Lo sguardo di Vince nel guardare alle cose del mondo e nel scavare dentro di sè è sempre freddo, distaccato a volte di una lucidità disarmante (“I made enough to know I’ll never make enough for my soul”).

CONCLUSIONI

Un EP che si configura come pausa di riflessione e momento di autocoscienza per fare il punto della situazione e per riflettere sulla fama, vissuta come più come un vizio che come una benedizione.
Senza dimenticarsi di qualità e sostanza Vince Staples riesce nel creare un piccolo gioiellino che nonostante gli appena 21 minuti di durata si colloca a mani basse tra i dischi hip hop dell’anno. Un flow magistrale, produzioni di primo livello e una penna matura. Serve altro?

Filippo Greggi