Come possono essere davvero loro? Dov’è finito quel jazzcore muscolare che ti colpiva in faccia a ritmo dispari fino a lasciarti steso per terra senza forze? Dov’è la potenza di Carboniferus? Dove sono gli Zu?

Per un attimo sembra davvero di perdere ogni punto di riferimento, di perdere i pochi appigli che la musica degli Zu concedeva. Forse è anche quello che è successo a Luca T. Mai e Massimo Pupillo dopo la dipartita del batterista Jacopo Battaglia. Ma basta qualche ascolto un più, quello sforzo mentale che i grandi artisti chiedono all’ascoltatore, e tutto diventa più chiaro. “Jhator” è lo spirituale nascosto in ogni disco degli Zu, la quiete dopo una tempesta che imperversa da quasi vent’anni, la rinascita dopo la morte.

Lo jhator è proprio una pratica di sepoltura tibetana: il corpo viene scuoiato con un kartrika e lasciato come elemosina agli uccelli. Un tema molto concettuale che dà al disco un’aura ancestrale. “Jhator” è quindi una rinascita per gli Zu. Un modo totalmente diverso di approcciarsi alla musica, a partire dalla struttura dei brani, che non esiste più, per arrivare alla scelta dei suoni, strumenti acustici miscelati a tappeti elettronici.

Il primo dei due brani, ognuno intorno ai venti minuti, che compongono il disco è “A Sky Burial”, la sepoltura celeste, traduzione letterale di jhator. Ed infatti il pezzo inizia con un lungo gong, che dopo qualche secondo viene sommerso da una foresta di uccelli che cantano a squarciagola; l’intensità sale e a disegnare le prime melodie arriva il violino di Jessica Moss, una delle decine di collaboratori che danno al disco un’ampiezza e una varietà mai ascoltate nella discografia della band. Fin dai primi minuti di “Jhator”, il punto di riferimento degli Zu sembra proprio la grande famiglia dei Godspeed You! Black Emperor di cui fa parte anche la Moss, che suona del progetto parallelo Silver Mt. Zion. “A Sky Burial” diventa presto un brano quasi ambient smosso da una forza oscura, che si palesa nel secondo movimento in crescendo, sotto forma di frequenze basse, cattive, mortifere. Ma la morte è già avvenuta e infatti è tempo di librarsi in aria e raggiungere vette altissime. Arriva finalmente la batteria di Tomas Järmyr, arrivano a raccolta tutti i strumenti incontrati finora a chiudere il brano in modo gargantuesco. Non trovo aggettivi migliori.

Giusto il tempo riprendere fiato e di girare il vinile che si riparte con il secondo brano “The Dawning Moon Of The Mind”. Il pezzo si apre con il Koto, uno strumento giapponese a ventuno corde, di Michiyo Yagi, a cui si uniscono le frequenze programmate da Luca T. Mai, che nel disco non suona mai il suo sax baritono per dedicarsi all’elettronica insieme a David Chalmin. In sottofondo cresce sempre di più quello che sembra la tuba di Kristoffer Lo. Questa prima sezione sembra essere il momento più debole del disco, ma crea comunque quella sensazione di tranquillità isterica che sfocia poi in un caos sonoro liberatorio. Dopodiché la strada verso la volta celeste sembra essere sgombra da pericoli. L’ultima sezione del brano e del disco inizia con il violoncello di Stefano Pilia e si sviluppa in un altro crescendo lucido e sereno, qualcosa che sembra ricordare il migliore Tim Hecker addolcito da una dose di William Basinski.

Ora possiamo riemergere, felici, confusi o più semplicemente soddisfatti. Già perché “Jhator” è un disco che appaga e che conferma ancora una volta come il progetto Zu sia una di quelle cose di cui noi italiani dobbiamo essere fieri. Non ci resta che aspettare la prossima mossa di Luca e Massimo, la prossima mutazione, il prossimo capitolo della rinascita degli Zu.