Ho sempre nutrito un certo fascino per il Giappone. No, non amo i manga, non studio il giapponese e a dover essere sincero l’unico anime che ho guardato in vita mia è stato Dragonball. Non so a cosa o a chi devo questa mia ammirazione. Forse deriva dal fatto che noi occidentali, con i giapponesi, non centriamo proprio niente. Partendo dal fisico e dagli occhi, arrivando allo stile di vita, all’attaccamento alle tradizioni e alla grande spiritualità con la quale loro compiono ogni scelta.

Prima o poi spero di riuscire ad andare nel paese del sol levante e non credo troverò una colonna sonora migliore di questa. Nonostante gli Yumi Zouma in realtà siano neozelandesi, io riscontro, all’interno di Yoncalla, tutto quello che vorrei trovare in un ipotetico viaggio in Giappone. In fondo questo disco lo si associa più a un tempio buddista o a un ciliegio in fiore, piuttosto che a un territorio desolato del signore degli anelli (anche se il contrasto tra musica e ambiente potrebbe essere interessante).

In genere, ogni volta che consiglio un nuovo artista a qualcuno, ricevo la fatidica risposta: “Bello, ma che genere è?”. Per poter rispondere a questa domanda, il mondo della musica ha attivato i più grandi pensatori degli ultimi due secoli, chiedendo loro di catalogare tutti gli artisti nella rispettiva categoria, dando il via al finimondo. Solo adesso si è capito che tutto questo sta diventando sempre più difficile, perché non si possono mettere due canzoni in un medesimo scompartimento, senza creare degli scontri, proprio a causa della grandissima differenza che due brani possono avere (a meno che si stia parlando di un disco di Ligabue).

Qui invece abbiamo 10 brani che si possono catalogare facilmente, rappresentando esattamente cioè che qualcuno si aspetta di trovare in una playlist di youtube chiamata “best dream pop song”. In molti casi questa facilità a racchiudere tutto in un solo insieme, è sinonimo di ripetitività e non può essere che un male direste voi. Qui questo significa invece trovare sempre una certa famigliarità tra i pezzi, un fattore comune, senza che l’album risulti tuttavia monotono.

Un po’ come se tu, nella prima parte, entrassi con il tuo Filo di Arianna in un labirinto e, arrivato al centro, decidessi di uscire seguendo la strada tracciata dal filo. Vero, rivedrai gli stessi paesaggi, ma con un occhio molto diverso, con una consapevolezza diversa, scorgendo nuovi particolari che potrai ricordare una volta fuori. Non risulta per nulla un disco pesante, ne impegnato, ma soltanto un disco da ascoltare con tranquillità, senza troppi pensieri, lasciandosi trasportare, dai numerosi richiami alla psichedelia, in un clima sognante (dream pop non per nulla).

 

Isacco Bricalli