Dall’apoteosi del 2003, l’ anno della vittoria ai Mercurys di Boy in Da Corner e dell’investitura di Dizzee Rascal a paladino di East London, Londra non è più stata lo stessa.

L’immaginario musicale della City dei primi anni 2000, ancora caparbiamente abbarbicato al punk turistico di Camden o allo humor a denti stretti del Brit Pop, in gita nella zona 3 aveva finalmente scoperto che chi semina council housing raccoglie radio pirata e grime: una soluzione perfettamente bilanciata di hip hop, uk garage e soca per raccontare il lato black di Londra come non si faceva probabilmente dai tempi di Lord Kitchener.

Tuttavia, il mito di Dizzee Rascal, più impegnato a farsi terra bruciata intorno che a scrivere album all’altezza, dura relativamente poco, le nuove leve non riescono ad attraversare la Manica, e i pieni poteri di portabandiera della multiculturalità passano a M.I.A.

Adesso che è il 2017, che Konnichiwa di Skepta ha vinto un Mercury, che Stormzy duetta con Pogba, e che Drake s’è tatuato la sigla BBK, Boy Better Know, addosso (occhio a non montarti la testa Papi, it’s a London thing) possiamo finalmente apprezzare come il tempo, che si sa è galantuomo, abbia finito per premiare coloro che (viva la meritocrazia!) hanno saputo portare avanti la causa con costanza per tutti questi anni e Wiley è senza dubbio uno di questi.

Godfather, l’undicesimo disco di Eski Boy, è un album che ricalca in maniera piuttosto ortodossa la struttura del disco celebrativo. Alla soglia dei 40 anni (aiuto), con una carriera ricca di autentiche belters che hanno scaldato le nottate degli aficionados di Rinse o Kiss FM, a Wiley preme sottolineare un unico, basilare, concetto: lui c’era.

Wanted a scene and I built one”: il succo del disco, anche se imboscato in una bizzarra dichiarazione d’amore dal sapore accelerazionista al Macbook (Laptop), è tutto qui. E’ rimasto il ragazzetto semplice di sempre, “I’m old school, yes, AVIA and FILA” (Birds ‘n Bars), ma soprattutto è ancora la vecchia volpe temprata da anni di beefs che dorme con un occhio aperto: “Some man do the crime and talk but that’s singin’/Not many man have been in the wars that I’ve been in/I can work here but it’s not a place that I could live in” (Bring Them All /Holy Grime).

E’ interessante osservare come proprio nella seconda traccia del disco e nella nona, Bang, senza dubbio i momenti più “Ruff Sqwad” di Godfather, trovino posto due avversari del passato, Devlin e Ghetts, membri della crew The Movement. “Me and Wiley are cool now/But I’m the same nigga who tried help destroy him” : non a tutti i nemici di sempre è infatti concesso l’onore delle armi, vedi Dizzee o Trim (entrambi vecchie glorie della crew Roll Deep fondata nel 2002 dallo stesso Wiley).

La street cred è un cosa seria e il grime non assume part time.

Pur non mostrando la stessa disponibilità alla contaminazione internazionale di Konnichiwa (per il giorno che Pharrell collaborerà con Wiley coltivo la speranza di essere già morta), Godfather riesce nell’intento di mettere insieme, con l’aiuto di altri senatori del genere come per l’appunto Skepta e il fratello JME, Frisco, e “Big Man” Flowdan (che i più diligenti avranno sicuramente imparato ad amare grazie al sodalizio con The Bug sin dai tempi di London Zoo), un numero consistente di bangers senza allontanarsi mai da quelli che costituiscono gli archetipi del grime. Dai singoloni Can’t Go Wrong e Speakerbox, alle sonorità più club oriented di Name Brand e Back with a Banger, la tradizione basta e avanza: “They could never control how man are doin’ it/
It’s authentic, can’t go wrong” .

People who are lookin’ a hype, I walk past ’em/Dons could be richer or poor, I won’t class ’em/Dons could be ready for war, my bars spark ’em/My sound travels the seas, that’s why I part ’em”: non c’è bisogno di sgomitare per un posto quando il tavolo è tuo.

Insomma, il successo è bello ma l’aristocrazia è tutta un’altra storia.