I Whitney nascono nel 2015 dalle ceneri degli Smith Westerns che conclusero, qualche anno prima, la loro avventura con Soft Will, forse la produzione più matura e decisa che abbiano mai compiuto, lasciando così il loro pubblico spiazzato, proprio quando sembrava sorgere sulla scena un pop vivo, pregno di qualunque credenziale valida per portare avanti un progetto veramente innovativo.

Divise le loro strade l’ex frontman Cullen Omori sta continuando da solista, portando avanti, con l’uscita del suo album New Misery, quel genere e quelle musicalità che appartenevano alla vecchia band, mentre Max Kakacek e Julien Ehrlich sono ripartiti con i Whitney consegnando Light Upon the Lake come il disco che ha segnato la loro rifioritura. In effetti, il singolo che ha presentato sotto i riflettori la band, ovvero No Woman, è forse uno dei pezzi che più ha lasciato il segno quest’anno, mostrandosi come un brano dalle sfumature vecchio stampo, tipiche del country anni ’80, mischiate a delle rivisitazioni di stile del tutto moderne.

Il finale glorioso accompagna l’immaginario a quel che potrebbe essere una soleggiatissima mattina d’estate dove a svegliarti è un bellissimo, spontaneo sorriso. La stessa stregua seguono The Falls e No Matter We Were Go dove questa volta la testa vola su una highway americana, con il sole battente e il vento a tutto spiano a scompigliare i capelli. Il country questa volta si mischia al folk creando un’aria davvero leggera, spensierata. Golden Days e On My Own sono due canti d’amore quasi morbosi, non si risparmiano strofe smielate, che alla fine, però, non dispiacciono agli ultimi romantici, anche grazie alle chitarre e ai ritmi incalzanti che riescono a mantere sempre alto il livello. In Red Moon e Polly è possibile avvertire anche delle influenze soft rock, oltre che delle sfumature soul che rendono a pieno la sostanza di ciò che è composta la band, ovvero un miscuglio di influssi da più parti.

Il vecchio e il nuovo che si fondono insieme, lavoro riuscito perfettamente al gruppo che ha lavorato con una venatura vintage non tralasciando per nulla il rinnovamento. Follow chiude l’album riportandoci esattamente alla spensieratezza dei brani precedenti. E’ una canzone che sprizza vitalità, come se i Whitney avessero pensato esattamente al fatto di dover lasciare un bel ricordo, e magari, perchè no, indurti a rimettere play e ricominciare da capo questa avventura dal sapore d’altri tempi ma nuovo allo stesso tempo.

Il sentire la nostalgia del tempo passato, ma anche l’ansia e l’entusiasmo del tempo futuro, è questa l’essenza. Light Upon the Lake è un disco prezioso, con i suoi alti e bassi tipici da chi si ripropone in chiavi nuove, e dunque che ha da insegnare alla band stessa ma anche a chi segue questa scia. Le influenze che risuonano sono altisonanti, la band ha gusto e sa scegliere esattamente dove puntare, col potere di lasciarti, trasognanti, i ritornelli in testa. I Whitney riescono ad esordire con una produzione notevole, figlia anche di quella che sono state le loro esperienze musicali passate che hanno segnato e forgiato al meglio questo giovane e promettente gruppo.

 

Andrea Irace