Dopo l’uscita del mixtape Innanetape e del singolo Down on My Luck, si sentiva una certa curiosità nell’aria riguardo l’album di debutto di Vic Mensa e, nonostante gli alti e bassi, The Autobiography è sicuramente un solido inizio.

Le produzioni, i testi e il cantato sono fin da subito grezzi e non molto originali, tuttavia dopo un ascolto approfondito, il potenziale si coglie, anzi alcuni momenti risultano addirittura profondi e forniscono spunti di riflessione non indifferenti.
Dal punto di vista dell’innovazione non c’è molto di cui parlare dal momento che il massimo della varietà di suoni nell’album è rappresentato da qualche giro di chitarra qua e là. Chiaramente il focus del rapper di Chicago non era la sperimentazione ma piuttosto, come suggerisce il titolo stesso, esprimere al meglio delle proprie capacità l’esperienza dei suoi 24 anni di vita.

Gunshots outside my window, drug deals out by the Citgo, but mama always made sure the tooth fairy found my pillow, my pops was always workin’, he put the family first

Il primo brano, Didn’t I (Say I Didn’t) è uno di quei tipici pezzi in cui un rapper decanta il proprio successo e ringrazia tutti quelli che lo hanno aiutato a raggiungerlo, tuttavia alcune riflessioni più profonde si fanno spazio tra le molte banalità e il beat coinvolge grazie ad una spiccata influenza Soul, risultando una delle migliori produzioni in tutto il disco.

One day I dream of telling my momma “You ain’t gotta work no more”, same for my father, born in Ghana down on that dirt road floor

L’album procede in modo abbastanza liscio e scorrevole, con l’eccezione dell’imbarazzante ritornello –urlato più che cantato- di Memories on 47th St., trovando anche spazio per un inno alla vita sregolata intitolato Rollin’ Like a Stoner, nel complesso coinvolgente ed energico. È tuttavia la quinta traccia, Gorgeous, il momento più debole e intellettualmente disonesto del disco: un’infantile confessione della sua incapacità di scegliere tra l’ex e l’attuale fidanzata solo per il fatto che sono entrambe bellissime.

Stranamente però, in contrasto con la precedente, la sesta canzone è decisamente la più interessante: Heaven on Earth affronta il tema ricorrente nell’Hip Hop della perdita di un amico a causa della vita di strada. La particolarità di questo brano è tuttavia il modo in cui ciò viene trattato: la prima strofa è una lettera di Vic all’amico DARE, nella quale esprime il dolore della sua mancanza –senza risparmiarsi una frecciatina dicendo che, come Macklemore ai Grammy, ha avuto qualcosa che non meritava-. La seconda strofa è la risposta a quella prima lettera, con dei momenti banali e stucchevoli come quando DARE dice di aver fumato in Paradiso con Kurt Cobain e che quest’ultimo ha ammesso di apprezzare la musica di Mensa. È tuttavia la terza strofa che lascia il segno: una lettera di un’altra persona che racconta la storia della morte di DARE, confessando di essere stato lui a ucciderlo in un momento di panico ed è proprio questa capacità di vedere un altro lato della storia a rendere la narrazione così potente e d’impatto.

We could be free if we only knew we were slaves to the pains of each other

Il resto dell’album procede senza troppi intoppi, con tanto di ospiti d’eccellenza come Pharrell Williams, in un dualismo di pezzi riflessivi e altri più aggressivi come Down for Some Ignorance (Ghetto Lullaby), il cui titolo dice tutto. Le ultime tracce alzano un po’ l’interesse e, nonostante le molte banalità, riescono anche a far riflettere.

L’ultima canzone è la più aggressiva ed energica dell’album e, proprio per questo motivo, completamente fuori posto: collocare OMG dopo Rage è infatti una scelta a dir poco insensata visto il carattere riflessivo della seconda, che sarebbe risultata un’ottima conclusione per un album così personale.

I’m killa season Cam, no lives matter, blam

Le collaborazioni, ad eccezione di quella di Ty Dolla Sign in We Could Be Free e quella di Pusha T nell’ultimo brano, non sono state sfruttate al meglio, anzi, se non fossero scritte tra le informazioni dei brani neanche si noterebbero e, vista la quantità, è un vero peccato.

Nel complesso il problema del disco sono i cliché: troppi per renderlo un ottimo album. Tuttavia l’abilità comunicativa e di scrittura del rapper, insieme alla sua capacità di immedesimarsi in punti di vista differenti salvano il lavoro, rendendo The Autobiography non di certo un capolavoro, ma comunque un album al di sopra della media.
Alla luce di tutto questo e dell’età dell’artista, Vic Mensa è decisamente sulla buona strada, ha un alto margine di miglioramento e un gran potenziale, resta solo da sperare che lo sappia coltivare al meglio.