La trap, coi suoi buoni 4-5 anni di ritardo rispetto alla media internazionale, ha imparato a navigare nella parte medio-alta delle classifiche FIMI e questo è un dato di fatto.

Non è stato certamente facile e c’è da dire che persiste una fetta di critica musicale (la cui età anagrafica è più strettamente correlata ai problemi di prostata che ad un’ attività ricreazionale qualsiasi) che non sembra particolarmente disposta a rassegnarsi a questa storia ma tant’è: fare i soldi, e cercare di farli a tutti i costi, non è più un taboo.

Se da una parte l’impressione che la sola eredità futura di questo approccio schietto e pragmatico alla produzione musicale sia una generazione di teste di cazzo è forte (ma d’altronde inveire sui posteri è un lusso a cui nessuno s’è mai sentito di rinunciare), dall’altra i benefici di una contaminazione artistica con gli States mai così diretta e produttiva potrebbero andare un filo oltre la Purple Drank, i pesi sul collo, e il gusto infantile per i suoni gutturali.

L’ultimo disco di Venis, cavallino di razza della crew vicentina Skey Squad, non dura neppure il tempo di un giretto in macchina ma, nomen omen, è sufficiente a dare almeno un paio di spunti di riflessione su quella che potrebbe la legacy di medio-lungo periodo di quest’ondata di trap.

Con una produzione di qualità sensibilmente superiore al suo lavoro precedente, Incosciente, Venis confeziona un disco dichiaratamente frivolo (“Faccio sta merda in due minuti/ Senza contenuti” sentenzia in Hype) che non sente il dovere di giustificare l’arroganza del presente con un passato, vero o presunto, di stenti: è pura e semplice confidence.

In primo luogo, Capirai si smarca da uno degli assiomi principali di rap et similia nostrani: il legame a doppio filo con una città. L’assenza di metropoli ingombranti come Roma, Milano, o Napoli fa lievitare l’ego del rapper sganciandolo dalla consueta dimensione di pedina nel gioco. Niente king, né samurai: qua si fanno fatture (Marlboro Rosse) mica la guerra. La provincia, rinomato bastione della sfiga, è edonismo e auto-contemplazione, l’incubatore spazioso dove i sogni e le ambizioni crescono abbastanza da raggiungere dimensioni internazionali (“Io New York, tu Barletta” è pura violenza gratuita ma ci siamo capiti).

L’ambizione e la cura dei particolari delle nuove leve del rap italiano, e Venis non fa eccezione, sono un punto fermo su cui nessuna delle produzioni recenti sembra essere disposta ad accettare compromessi. Gavetta e presa-diretta, guardiamoci in faccia, sono un retaggio del passato: una realtà che farà storcere il naso ai puristi della Doppia H (e ci sta) ma che potrebbe rappresentare la chiave di una svolta veramente importante in termini di mentalità e risultati.

No church in the wild” sì, ma la giungla vera è tutta nella testa di chi ha scelto la parte del leone.