Non ce ne frega niente se non è “il capolavoro assoluto della carriera dei Tarm”. Sindacato dei sogni arriva il 25 gennaio, sempre con la (loro) Tempesta Dischi, e si presenta molto bene. Anticipato dai singoli CaramellaBengala e Calamita, aveva già fatto drizzare le orecchie ai nostalgici dei Tarm “rockettari” di qualche anno fa. E allora, messo play, torna il sorriso. Iniziano le filastrocche misteriose alle quali ci ha abituati il trio mascherato.

Un ponte tra il primo oggetto d’interesse e l’ultimo, un filo che collega la copertina dell’album e la traccia conclusiva: tre gattini di ceramica in uno sfondo grigio chiaro. Sarà mica un richiamo ai tenerissimi gattini che spopolano sul web e che ci tengono incollati agli schermi per giorni, settimane, con i lacrimoni? No. È un mistero che viene svelato solo alla fine del disco; Una ceramica italiana persa in California che – come del resto quasi un po’ tutto il disco – è imbevuta di sentimentalismo “domestico” e ci dichiara: «io amo te, fai pure quel che vuoi che a me va bene».

Sindacato dei sogni è uno dei progetti discografici più interessanti della band di Pordenone. I suoni essenziali – e che ve lo diciamo a fare? – di Davide Toffolo (voce, chitarra), Enrico Molteni (basso) e Luca Masseroni (batteria), vengono fuori brillanti. La solita differenza tra un disco “onesto e semplice” e un disco onesto, semplice e prodotto bene: si gioca qua il risultato.

Io sono te, Io sono te, Io sono te, è l’inizio ipnotico di “Caramella”, accompagnato da suoni semplici e innocenti. Quelli che, per intenderci, hanno fatto diventare i tre ragazzi, i Tre Allegri Ragazzi Morti. A un primo ascolto, esclusi i singoli già entrati in testa, colpiscono AAA Cercasi e Difendere i mostri dalle persone. Il primo possiede quel romanticismo sporco che condividiamo un po’ tutti e ha tutte le carte in regola per diventare una canzone cult della band (e mettiamo nel conto che c’è pure la partecipazione di Adriano Viterbini alla chitarra slide); il secondo può stare in una Top Ten anni Ottanta, magari appena sotto l’ultimo singolo degli Smiths con cui, idealmente, condividono lo stesso popolo di appassionati che gioiscono per amori spudorati e dolci solitudini.

«Questa volta non canto, questa volta ti ascolto» e con molto piacere! C’era un ragazzo che come me non assomigliava a nessuno – richiamo a Morandi a parte – fa parte di quelle poesie paradossali che fortunatamente esistono ancora nel panorama italiano. E certamente il gusto ottantino non guasta per far apprezzare quel sax.

Risalta Accovacciata gigante, dolcissima e poi d’improvviso inquietante e tragica, e poi i richiami di un presente turbolento da “Calamita” che mette nel meltin’ pot gli «operai del Ghana che da una settimana, li hanno mandati a casa, ma dimmi quale casa», fino alla resa di “Bengala”: «E che cosa canterai, che cosa ti rimane in testa dopo un’altra notte in piedi, completamente sveglia, povera come non mai, come prima della guerra».

Dopo Mi capirai (solo da morto) e la provocatrice Non ci provare arriva “il pezzone” di dodici minuti che porta ben più indietro degli anni Ottanta. E porta anche in California a cercare questa benedetta ceramica. In Sindacato dei sogni l’ultimo vagone della track list non è un pezzo riempitivo, non è “da ultima traccia”; è una spirale colorata, psichedelica, infinita. È un loop tutto Kraft-classe.

Ma è leggendo le parole degli stessi Tarm che vengono confermate le prime impressioni sul disco: «Television, Dream Syndicate, Grateful Dead – soprattutto questi ultimi due! – presenti costantemente nelle discussioni attorno ai brani, e ancora Neu!, Can, Kraftwerk. Niente musica italiana». Non ci sono più dubbi. È tornato quel rock che si era perso un po’ strada facendo.

Ma soprattutto, i Tarm fanno un disco perché lo vogliono fare, perché gli piace fare come gli pare, mettendo dentro il pentolone la loro poetica, il loro sound più ispirato nel momento storico meno libero che ricordi questa generazione musicale. Perché quello che si vende non è un prodottino confezionato ma un “pezzo di evoluzione”, un processo di crescita “in avvenire” di un artista. È questa una delle leggi che in molti non hanno ancora capito: i musicisti (e gli artisti in genere) non sono delle fabbriche che producono in serie per anni, decenni, secoli; sono dei “processi viventi”. I Tarm hanno mostrato sempre quello che gli passava per la testa, da un disco all’altro, in maniera chiara, sincera e, soprattutto, libera.