Cosa fai quando chiudono il parco dei divertimenti in cui andavi da piccolo, quello a Houston con le giostre più belle? Se ti chiami Travis Scott sfrutti l’occasione per sviluppare il concept del tuo terzo album ufficiale, rendendolo il più psichedelico della tua discografia.
Dopo il successo di Rodeo e il flop di Birds In The Trap Sing McKnight, l’artista Trap più particolare della scena torna con Astroworld, un album che, a detta dell’autore, deve comunicare dal punto di vista sonoro il disagio di un bambino che si vede togliere il suo parco di divertimenti preferito da davanti agli occhi.

Trying to be like gang, you better go get it in Vogue, yeah
Put 84’s on lanes, I ride by you think it is spokes
We did it, we said it, we spoke, yeah
We put it out, thought it was smoke, this 504, uh
This is at home, right down the street, from Alamo

Considerando le atmosfere al limite tra il sogno e il delirio indotto da droghe, tra la sicurezza di sé e la paranoia, l’intento è stato raggiunto: Astroworld è un album che spiazza, che evoca nell’ascoltatore un senso di disorientamento talmente profondo da non volerne uscire, come un bambino che si perde nei ricordi al punto di non distinguerli più dalla realtà.

Travis è in forma, al meglio delle sue capacità e sembra aver capito come catturare le atmosfere surreali del suo primo album per catalizzarle in qualcosa di ancora più grandioso con una direzione ben precisa.
La sua abilità nel dirigere le collaborazioni per sfruttarle al meglio è più affilata che mai e, infatti, queste ultime sono tutte (o almeno quasi) inserite al posto giusto come in un puzzle.
Ogni artista che compare in questo progetto diventa quasi uno strumento nelle mani di Scott, che lo suona come un vero maestro.

Who put this shit together? I’m the glue

Dalla prima nota della prima traccia, Stargazing, è inevitabile percepire il sound di Rodeo, prospettiva poi ribaltata una volta che la voce entra e conduce l’ascoltatore in questo viaggio psichedelico tra il mondo dei sogni e quello delle gang grazie anche a un eco usato in modo magistrale. La seconda parte del pezzo, introdotta dal rumore delle giostre e delle urla dei loro clienti, è notevolmente più cupa e urgente, come se il rapper volesse comunicare il suo bisogno quasi spasmodico di riaprire, anche solo concettualmente, questo suo parco.

Sicko Mode è una traccia che amplifica ulteriormente questo senso di smarrimento: inizia con una strofa di Drake, che viene però interrotta da un cambio di beat radicale. Questa seconda sezione è un banger vero e proprio, ma allo stesso tempo paranoica e distorta, sensazione che aumenta ancora di più nella terza parte con la strofa completa di Drake, che parla di prendere Xanax prima di salire in aereo per contrastare la propria paura del volo, finendo per dormire tredici ore di fila. Una nota negativa è la casualità degli argomenti, come se il pezzo in sé fosse una sorta di brainstorming, effetto probabilmente voluto, ma comunque stancante alla lunga.

Altre collaborazioni molto ben riuscite sono quelle di Frank Ocean in Carousel, i Tame Impala in Skeletons, The Weeknd in Wake Up e 21 Savage in NC-17, ma soprattutto l’armonica di Stevie Wonder e la voce di James Blake in Stop Trying To Be God.

If I love her, I’ma pass her one
First rule of war, you find an act of one
You can’t win a trophy or a plaque off her
But never turn your back around

5% Tint comunica, sia col testo che con l’atmosfera generale del pezzo, la paranoia di Travis, un’inquietudine incalzante e inarrestabile espressa perfettamente dagli accordi di piano che ricorrono costantemente nel brano, come un’ombra che segue il rapper senza lasciargli possibilità di fuga.

Purtroppo le ultime tracce dell’album perdono forza e risultano meno interessanti, soprattutto quelle in cui non ci sono collaborazioni: Travis non riesce a catturare l’attenzione a lungo, facendo sembrare le sue canzoni più lunghe di quanto non lo siano effettivamente; appare infatti più capace come direttore d’orchestra che come musicista singolo.

Opps outside, don’t panic
Gotta switch, gotta change up transit
Still jump around, move antsy
And I still don’t like shit fancy
Up late feelin’ real chancy
They outside really tryna end me, yeah

Un progetto estremamente ben realizzato, che spazia molto tra i generi e le atmosfere, creando un senso di spaesamento e di disorientamento, ma che tuttavia non riesce a mantenere questo dinamismo sonoro ed estetico fino alla fine. Forse tagliando un paio di tracce (17 non sono affatto poche) Travis avrebbe potuto creare qualcosa di più rifinito, senza tempi morti e decisamente più accattivante, ma nonostante questo, l’artista ci dimostra ancora una volta la sua capacità creativa, regalandoci uno dei migliori album della sua carriera e sicuramente il più delirante e psichedelico.