Konoyo significa “questo mondo” in giapponese. Questo mondo Tim Hecker lo racconta da 17 anni nella maniera a lui più congeniale: attraverso le frequenze sonore, che il produttore canadese manipola come nessun altro. Konoyo, uscito per la storica etichetta Kranky, è l’ultimo capitolo del suo racconto ancora incompiuto, quello in cui tutte le trame stese in precedenza arrivano a una conclusione oscura, a tratti inspiegabile, ma che tocca qualcosa nel profondo, quasi a svelare, attraverso il suono, alcuni aspetti della realtà. Senza dire una parola, senza melodie accattivanti, Tim Hecker ci parla con la sola forza delle sue texture rumorose a metà fra droni benevoli e ambient rarefatta.

Il brano d’apertura può essere considerato la title track del disco: “This Life” richiama al significato di konoyo. Ed infatti qui, racchiusi in “appena” otto minuti, troviamo tutti gli elementi che compongono il disco. Un vento gelido di affilati suoni acustici e sintetici sferza e sminuzza un basso che tenta, invano, di ordinare e razionalizzare la sostanza sonora nelle categorie di tempo e melodia. Ma quest’ultima non ne vuole sapere: si espande, diventando assordante e inglobando anche le frequenze più basse, e poi si rimpicciolisce e si fa più morbida. Poi scompare e lascia spazio agli intrecci allucinati di suoni più netti e definiti della seguente “In Death Valley”: Brian Eno dopo una serata a base di anfetamine nella Berlino degli anni ’70. Se prima il caos era dovuto alla dilatazione ora è frutto della compressione.

Crescere e decrescere, dilatare il tempo e lo spazio. È il gioco che sta alla base di Konoyo e delle nostre vite frenetiche e poi di colpo immobili. Tim Hecker cerca di intercettare questo flusso schizofrenico e tradurlo in musica. “Is a rose petal of the dying crimson light” attenua il ritmo e rallenta le pulsazioni; la successiva “Keyed Out” le azzera per farle schizzare in alto con improvvise staffilate di schegge digitali appuntite, ammorbidite da qualche melodia frammentata. Ma manca quasi completamente ogni appiglio, nonostante l’aggiunta qua e là di qualche percussione, elemento raro nella tavola periodica heckeriana, e questo rende Konoyo un disco difficile perché ci costringe a lasciarci trasportare da una corrente tutt’altro che amichevole.

Corrente che sembra darci tregua con “In mother earth”, in cui ci sembra riconoscere quelle strutture melodiche pulsanti, rarefatte ma presenti, avvolgenti, di Harmony in Ultraviolet, con un pizzico di strumenti acustici in più, dato dalle registrazioni di Hecker con Tokyo Gakuso ensemble, soprattutto sulla coda del brano, dominata da profonde melodie di contrabbasso. All’opposto, dietro le frequenze più acute che assediano e disturbano il disco, c’è l’influenza dell’antica musica classica giapponese Gagaku.

Questi suoni acuminati, frutto dei flauti giapponesi, ritornano più forti nell’ultimo terzo del disco, che si apre con “A sodium codec haze”, richiamando un debole motivo già apparso all’inizio del percorso, come in un cerchio. Un cerchio la cui conclusione/inizio è affidata ad “Across to Anoyo”. Anoyo è l’opposto di konoyo, è “il mondo dell’aldilà”: un altro viaggio dentro il viaggio lungo 15 minuti. Inizia in modo inedito, con un ritmo ipnotico, che lascia poi spazio a un monumentale dispiegarsi di drone abissali e poi vertiginosamente alti. Il punto più alto e il punto più basso alla stessa altitudine.

Konoyo è la sintesi di un contrasto perenne. Konoyo è un mondo composto da tante vite che si intrecciano insieme. È difficile dare un giudizio qualitativo a un lavoro tanto denso e minuzioso quanto minimale nelle melodie e timido nel mostrarsi all’ascoltatore. Tim Hecker tira fuori il disco più difficile, in tutti i sensi, e interiore della sua lunga carriera, ma così profondo da toccare qualcosa che tutti sentiamo: le dissonanze di “questo mondo”, konoyo, e il modo in cui questo caos si armonizza formando le nostre vite.