È già tutto pronto, se Tarantino facesse un remake di Django “Drunk” sarebbe la sua colonna sonora. E non lo dico solo perché la copertina sembra una locandina di un film western anni ’70, ma perché si sente l’odore di un sole tramontato, deserti rocciosi e pub da sobborghi urbani, Poi ovviamente c’è la psichedelia e l’humor che hanno distinto l’allucinato teaser dell’album. Non è una cosa troppo utopica, Stephen Bruner (Thundercat) ha vinto i Grammy, suonato con musicisti molto diversi tra loro, dai Suicidal Tendencies a Kendrick Lamar, e dato il suo tocco all’hip hop  contemporaneo.

Siamo nella Los Angeles della scena black, l’etichetta è la Brainfeeder fondata da Flying Lotus e in “Drunk” ci sono proprio tutti. Kendrick Lamar, Pharrell, Wiz Khalifa come rapper e Michael McDonalde e Kenny Loggins per un tocco blues di classe. Stephen si circonda di ottimi musicisti e amici californiani per il suo terzo album da solista, che appare come il lavoro più riuscito di uno dei più grandi turnisti contemporanei.

Thundercat interpreta la parola “drunk”  come la parte “down” della sbronza, ma la sua musica è divertente ed è questo che funziona, con citazioni e riferimenti al mondo della cultura pop come Dragonball Z nella geniale “Tokio”.  I 23 brani (tantini vero?) sono pieni di groove e le composizioni così minimali da far risaltare ogni intreccio melodico che gli strumenti si scambiano. Sono canzoni che ti colpiscono al volo, brevissime ed efficaci che raccontano in modo tragicomico problemi politici, sociali e quotidiani, da twitter alla temuta friendzone, nascosti dietro stati di alterazione vari.  La voce di Stephen è leggera come un soffio, avvolgente, dal falsetto etero. Ci da l’idea di una persona premurosa, assolutamente atipica che potresti incontrare in un bar e parlarci per ore di qualsiasi cosa. C’è comunque un lato scuro nei suoi testi, un lato malinconico e sensibile che vuole separarsi dal mondo per qualche ora e rinchiudersi in un suo piccolo universo.

“Drunk” è un bellissimo disco pieno di frank zappa, fusion, jazz e punk che si fa ascoltare da chiunque, un jazz veloce e coinvolgente che a volte lascia spazio ad atmosfere lounge e chill dai toni rossastri. In “Them Changes” c’è una pioggia funky anni ’80 mentre “Bus in the Street” sembra essere scritta come sigla iniziale del Late Show. Potrei sembra blasfemo ma io ci sento del Frusciante in “Where i’m going” (provate a immaginarvi la sua voce sopra) e la cosa mi fa molto piacere perché rende Stephen un artista davvero eclettico. Quando poi si abbandona ai suoi virtuosismi isterici (“UhUh”) la sua musica diventa “intoccabile”, ci rende ubriachi trascinandoci dentro la sua personalità. E la cosa non è affatto noiosa.