Immaginate Thom Yorke in un grigio pomeriggio londinese davanti a un tè fumante. Eccolo pronto a bere il primo sorso che squilla il telefono. Numero sconosciuto: è Luca Guadagnino che gli chiede di comporre la colonna sonora del suo remake di Suspiria di Dario Argento. Si disegna il terrore negli occhi di Yorke, ma a Yorke il terrore, interiore soprattutto, piace, e dopo mesi di corteggiamento accetta la sfida, per nostra fortuna.

A un anno e mezzo da quella chiamata arriva Suspiria (Music for the Luca Guadagnino Film). Yorke, alla prima esperienza come compositore di colonne sonore, scrive quasi tutta la musica prima dell’inizio delle riprese, basandosi su sceneggiatura e storyboard, aggiungendo qua e là qualche demo che teneva nel cassetto. Il risultato è un disco doppio lungo 80 minuti che non rientra né nella categoria delle colonne sonore né in quella degli album. Inclassificabile, come tutto ciò su cui Yorke mette mano.

Inclassificabile e disomogeneo: stracolmo di timbri diversi e contrastanti, in disarmonia fra loro, che combattono a chi aumenta di più la tensione, a chi anticipa di più l’accadere, a chi scava di più nelle viscere di chi ascolta (e poi guarda). A voler semplificare al massimo le cose, i 25 brani che compongono la colonna sonora sono divisi in gruppi più o meno atipici separati in modo netto fra loro, ma miscelati attentamente per creare una costante sensazione di mutamento ed equilibrio precario.

This is a waltz
Thinking about our bodies
What they mean
For our salvation

Ci sono canzoni intese in senso classico, probabilmente quei brani che Thom Yorke ha scritto o abbozzato prima della chiamata di Guadagnino. “Suspirium” è un walzer sospeso: la voce è in bilico, fragile, sempre sul punto di rompersi, e la melodia procede in un distorto schema di terzine in continuo mutamento tonico, al confine fra meraviglia, melanconia e terrore. Il tema e il cantato di Yorke tornano in versione cinematica più avanti nella notevole “Suspirium Finale”. Sullo stesso livello c’è “Unmade”, contraddistinta da un’atmosfera meno minacciosa in cui la voce di Yorke riesce comunicare non solo attraverso la melodia e le parole, ma anche attraverso il timbro vocale, che muta in base a ciò che lo circonda. La melodia di pianoforte prosegue, in modo subacqueo, nella seguente “The Jumps”, che con un irrequieto e orrorifico pulsare sintetico chiude il primo disco.

Gli altri due brani-canzone sono “Has Ended”, un downtempo trip hop, ritmato dalla batteria del figlio d’arte Noah Yorke, vicino ai Boards of Canada più psichedelici con un pizzico di ansia alla Massive Attack, temperata dalle sfuggevoli melodie di flauti digitali; mentre “Open Again”, il meno riuscito dei brani cantati, riprende il tema del loop ipnotico e incantatore, riportando alle atmosfere distopiche di Hail To The Thief.

We live again
We’re demons
Or we’re birds
We’re open

Il tema della ripetizione incessante sta alla base, sonora e filosofica, di tutto il disco e torna anche nei brani della categoria “strumentali buoni anche per un disco solista”. “Olga’s Destruction” è la materializzazione più riuscita del tema del loop. Yorke rinnova questo cliché delle colonne sonore horror applicando logiche più da autore di brani pop e meno da compositore, con variazioni sul tema che evitano la sensazione di già sentito. Lo stesso vale anche in “Volk”, che da classico frammento di colonna sonora horror cresce ed esplode nel finale fra arpeggi e batteria acustica sincopata fino a conquistarsi lo status di brano vero e proprio, una mutazione che raramente si conclude nel mondo della musica per il cinema.

Poi ci sono i classici schizzi da colonna sonora, da cui è possibile intravedere le ispirazioni di Yorke. “Klemperer Walks” arriva dritta dal mondo di Blade Runner, mentre dalle frequenze abissali di “The Inevitable Pull” emergono le influenze del compianto Jóhann Jóhannsson e della sua musica per Sicario di Denis Villeneuve. Yorke non perde l’occasione anche per plasmare sinteticamente, a scopi sanguinari, la voce umana in “Synthesizer Speaks” e “Voiceless”.

Unmade, unmade
I swear that there’s nothing up my sleeves
And then back again

La voce torna, con obiettivi meno violenti, nei canti gregoriani di “Sabbath Incarnation”, un pesce fuor d’acqua che trova ragion d’essere, immaginiamo, solo unito alle immagini, e poi anche nella suite “A Choir of One”, interamente basata su sample vocali: tanto materiale da utilizzare come sottofondo per Guadagnino, ma poco significativo e molto staccato dal resto del disco. Disco che è anche costellato di tipici brani da colonna sonora con tanto di sonoro dal film, come nella inquietante “The Hooks” e in “Belonging Thrown in a River”, dove spettri di archi e pianoforte si rincorrono nella nebbia berlinese. In questa categoria degno di nota è anche “The Universe Is Indifferent”, un ansiogeno crescendo costruito su aguzzi pad e disturbi sonori strappati dall’elettricità di sintetizzatori modulari a cui si aggiunge l’angosciante parlottio di Yorke.

Guadagnino doveva immaginarlo, al momento della chiamata: ingaggiando Thom Yorke, inesperto compositore di colonne sonore, ci sono pro e contro. L’ora e venti di Suspiria (Music for the Luca Guadagnino Film) è in buona parte ascoltabile a prescindere dalle immagini, grazie ai brani cantati ma soprattutto alla sensibilità pop del frontman dei Radiohead. Il tutto manca però di una coesione interna nei suoni e nella composizione, che restituisca all’ascoltatore un universo sonoro in cui immergersi completamente. C’è invece un paesaggio aspro, incoerente, che si accorda al viaggio di scavo ed esplorazione dell’animo umano che Yorke porta avanti da trent’anni. Questo ennesimo tassello rimane comunque un’importante aggiunta a questo lungo viaggio infernale.