Nonostante la perenne sensazione di incertezza e temporaneità che contraddistingue la sua aura artistica, Thom Yorke, dopo quasi trent’anni di carriera, è maturato. Ora maneggia in modo disinvolto quell’elettronica che a fine anni ’90 l’aveva affascinato così tanto da convincere gli altri quattro scapestrati con cui condivideva la sua vita a riporre le chitarre nelle custodie, imbracciare una Roland TR-808 e tirare fuori Kid A. Quel geniale dilettantismo è passato. Ora Yorke si insinua fra i generi con disinvoltura. E il primo brano di ANIMA, “Traffic”, ci catapulta nel suo mondo: un ritmo sincopato dirige bassi ondulati, mentre l’onere della melodia è affidato all’esile voce di Yorke, che canta di città soffocanti e contradditorie.

La vita artistica di Thom Yorke assomiglia sempre di più al suo modo di stare sul palco: un piccolo (ma solo di statura) uomo, ormai di una certa età, che si muove in modo schizofrenico brandendo ora una chitarra, ora un basso, ora una drum machine, ora un microfono, con leggerezza e gravitas allo stesso tempo. E in qualche modo da questo caos emerge sempre qualcosa di musicalmente interessante, che sia la colonna sonora del remake di Suspiria, il sottofondo di qualche sfilata, un disco dei Radiohead o il suo ultimo album solista, ANIMA, composto insieme al fido Nigel Godrich.

Taken out with the trash
Swimming through the gutter
Swimming through the gutter
Swallowed up, swallowed up by the city, by the city, by the city

È un incubo senza via d’uscita che prosegue in “Last I Heard (…He Was Circling the Drain)”. Il tema della città si unisce a quello del sogno, anzi del risveglio with a feeling that i just could not take. Il senso di oppressione si riflette nella ricorsività del tema musicale del brano e nelle fantasmatiche voci, intrappolate anche loro, che ripetono, accavallandosi, il mantra del ritornello, a concludere una doppietta d’apertura tutt’altro che semplice da digerire.

Che a Yorke piacciano i loop, i temi ricorsivi, la ripetitività musicale e metaforica, non lo scopriamo ora. Sui loop e su una progressione di accordi che ricorda molto quelle tipiche dei Boards of Canada (omaggiati dall’aggiunta qua e là durante il brano di cori infantili, marchio di fabbrica dell’iconico duo elettronico canadese) si basa “Twist”. Yorke riesce però qui a scaldare l’elettronica con la melodia, il timbro della sua voce e quello che dice: il panorama è quello di un mondo apocalittico tremendamente reale; l’emotività fa breccia nel muro elettronico e colpisce forte.

A boy on a bike who is running away
An empty car in the woods, the motor left running

Ma il vero colpo arriva con la seguente “Dawn Chorus”: la voce di Yorke diventa apatica, senza speranza, intrappolata in un vortice di errori e incomprensioni, di giorni che iniziano con il dawn chorus, il cinguettio degli uccelli al mattino, finiscono e ricominciano sempre uguali; dall’altro lato un morbido synth tenta di lavare via la disperazione, peggiorando la situazione. Siamo dalle parti di “Videotape” o della recente “Glass Eyes”, sia come atmosfere che come qualità musicale e soprattutto come quantità emotiva. Uno dei picchi della carriera solista di Yorke.

A little fairy dust
A thousand tiny birds singing
If you must, you must
Please let me know
When you’ve had enough
Of the white light
Of the dawn chorus

E anche picco di ANIMA, che con “I Am a Very Rude Person” entra nella seconda parte, meno a fuoco della prima. Il brano, il più breve del disco, funge da stacco e boccata d’aria dopo la scarica di emozioni di “Dawn Chorus”, e scorre via senza lasciare il segno. Un segno più marcato lo lascia “Not The News”, in cui Yorke trova il perfetto equilibrio fra ritmo ballabile ma ricercato, minimalismo melodico e d’arrangiamento ed ermetismo testuale: non solo il presente è una trappola, ma anche il futuro non sembra promettere grandi cose.

A fortune teller
Sea bird feather
Cue the sliding violins
In sympathy, yeah

Parziali responsabili della catastrofe umanitaria della modernità sono i dispositivi elettronici. Goddamned machinery che promettono ciò che non si può raggiungere: la felicità. Yorke lo racconta in “The Axe” con un tiro che però manca il segno. Il tema è ostico, per nulla originale, e purtroppo quando Yorke prova a essere testualmente più chiaro e politico spesso scade, a prescindere dall’importanza del messaggio, nell’invettiva dozzinale. Ma glielo perdoniamo, almeno lui ci prova.

You bastards speak to me
Have you no pity?
Give me a goddamned good reason
Not to jack it all in

Della stessa sindrome soffre, anche se in maniera meno grave, “Impossible Knots”, che musicalmente paga, con discreti risultati, il debito con quella felice parentesi che furono gli Atoms For Peace. E l’elettronica lascia spazio a un po’ di percussioni acustiche, bassi alla Flea e atmosfere più umane. Una tendenza finale di ANIMA, che viene confermata dalla prime note di “Runwayaway”, affidate nientemeno che a una chitarra, subito risucchiata in un trip elettronico psichedelico che a tratti, specialmente nell’utilizzo di pseudo-sample, ricorda i lavori del tanto caro, a noi come a Yorke, Burial. È una chiusura che disorienta e conclude con poca incisività il viaggio.

Thom ha un problema, che è anche una benedizione: aver elaborato uno stile riconoscibile e unico, nutrito da influenze provenienti da un certo universo sonoro, basato su formule precise e soprattutto su un talento smisurato che viene sapientemente contenuto dal prezioso aiuto produttivo di Nigel Godrich. Il problema è che Thom è intrappolato lì dentro, e dopo quasi 30 anni di carriera ci può anche stare. ANIMA è un disco maturo, con tante idee, che spesso si perde in inutili ma perdonabili lungaggini elettroniche, ma comunque molto coeso e coerente. Anche troppo. Da Yorke ci si aspetta più rischio, più incoscienza, più genialità incontrollata, ma forse quel tempo è passato. E lui ci ha abituato davvero troppo male.