Sydney Bennett, in arte Syd Tha Kyd, per il suo atteso esordio da solista ha scelto un titolo curioso, ironico: Fin. E’ una parola francese da titoli di coda, che si pronuncia con una sola emissione di voce, come un sospiro o come certe risate inopportune.

A 24 anni, dopo un’onorata militanza negli Odd Future insieme al fratello Taco, 3 dischi con i The Internet, una nomination ai Grammy, e un impressionante numero di presenze maturate nei dischi dei colleghi, da Tyler, the Creator a Kaytranada (You’re the One resta uno dei preferitissimi del 2016), anche per Syd è tempo di confrontarsi con la crisi del quarto di secolo.

E’arrivato il momento di dimostrarsi all’altezza delle sue stats.

Se dal punto di vista della forma Fin non aggiunge nulla o quasi a quanto messo in mostra in Ego Death, uno degli album più solidi, vibranti e completi del panorama R’n’B degli ultimi anni, il sodalizio artistico con Matt Martians, anche lui membro fondatore dei The Internet, si mostra invece il catalizzatore eccellente di un’ evoluzione importante dei contenuti.

Da una parte la naturale esitazione dell’adolescenza è ancora lì, sotto l’evasività un po’ sorniona che contraddistingue quella declinazione “da cameretta” del genere che abbiamo imparato a apprezzare grazie a BANKS o Shura, eppure Fin fa un passo avanti grazie alla piena (o quasi) consapevolezza dei propri mezzi raggiunta dall’artista losangelina.

Shake Em Off, traccia d’apertura squisitamente “braggadicious” prodotta da (nomen omen) Hit Boy, non potrebbe essere più chiara di così “Young star in the making/swear they sleeping on me”: vi siete svegliati un po’ tardi ma tranquilli, non che stessi aspettando voi.

Syd Tha Kyd non ha tempo per nulla di tutto ciò, Syd Tha Kyd è out to steal your girl.

Dalla ariosa Know, dove sembra quasi di riconoscere l’Aaliyah di One in a Million (ma senza la spiccata vocazione per le relazioni monogame di Baby Girl), al pillow talk di Smile More, fino ai territori più alternative à la Kilo Kish di Body, Fin si distende languido tra una jam piaciona e l’altra: è il D’Angelo di una generazione di ragazze che sembrava destinata a doversi accontentare di Tegan & Sara (con immutato affetto) fino alla fine dei loro giorni.

Tuttavia è proprio il disinteresse pressochè totale di Syd per le etichette a smarcare Fin dalla definizione riduttiva di album queer. Alla fisicità romantica del disco, Syd associa lo spessore di una narrazione non banale di una fase di transizione verso la vita adulta spesso confusa con la stabilità economica e dei rapporti. Così se in Got Her Own la lezione delle TLC suona spavalda e chiara ( “You try impress her with your money/You don’t know she got her own money/She has an eye for the finer things, I’m/Loving your wings, girl, they’re fly to me” ) , è la traccia finale, il gospel psichedelico di Insecurities impreziosito dall’estro di Robert Glasper, a smascherare tutta la bravado. “You can thank my insecurities /For keeping me around you babe […]But in a perfect world/I would be with somebody else /And I wanna know” .

Ci vuole un sacco di coraggio a riconoscere di non essere arrivati da nessuna parte, molto più che a rimorchiare.

In qualunque punto di questa storia vi troviate, Fin andrà benissimo lo stesso.