Il nuovo lavoro di Mark Kozelek sotto il moniker Sun Kil Moon sarà quasi certamente uno dei più discussi di questa prima parte dell’anno. Si tratta di un (vero) doppio album dalla titanica durata di più di due ore, che già dal titolo richiede uno sforzo d’attenzione e di pazienza non comune anche per gli allenati estimatori del songwriter di San Francisco. Registrato nella prima metà del 2016 – tra la California ed il New Jersey – cattura gli eventi occorsi da gennaio ad agosto secondo l’elaborazione personale del suo autore mentre si trovava in tour in giro per il mondo. Dalle sparatorie negli Stati Uniti alle primarie repubblicane, dalle morti celebri (Bowie, Prince e compagnia) al contesto sociale globale, tutto è stato rimescolato nelle sedici tracce del disco. Pubblicato per la sua Carlo Verde Records, Common As Light vede al solito Kozelek padrone assoluto degli strumenti accompagnato alla batteria dal fidato Steve Shelley (ex Sonic Youth) con qualche piccolo contributo di Nick Zubeck e Chris Connolly rispettivamente alla chitarra ed alle tastiere.

Per quelli che conoscono un minimo la discografia del progetto Sun Kil Moon gli ultimi anni, da Benji in poi, avevano già lasciato trasparire una pericolosa tendenza all’involuzione nella scrittura dei brani, evidenziata da un paio di tracce in Universal Themes e soprattutto dal discutibile progetto coi Jesu. Qui alcune delle peggiori caratteristiche sono esplose con la forza di una supernova, lasciandoci fra le mani per lo più lunghi (mediamente siamo sui sette minuti) monologhi che qualcuno potrebbe anche definire flussi di coscienza, accompagnati da basi elementari piene di loops e aride di strumenti musicali. Di fatto, Common As Light risulta ostico e difficile da approcciare anche nei momenti più fortunati come l’iniziale God Bless Ohio, un alt-folk incentrato su basso e batteria in chiave dub, che supplisce all’eccessiva durata con una lucida visione di benjiana memoria. Seguono, poi, tre brani (per intenderci da Chili Lemon Penauts a The Highway Song) di chiara influenza hip hop, assai poco cantati ma molto parlati, che mischiano ritmiche funk a beat rap e intermezzi elettro-folk in un unico calderone, in cui si fatica a distinguere una canzone dall’altra. Per dire, Philadelphia Cop è solo la terza traccia ma sono già passati circa trenta minuti: è il momento in cui si comincia a capire che qualcosa non va e si è tentati seriamente di lasciar perdere.

Il che sarebbe un male perché Lone Star è forse la miglior e più originale delle offerte, dotata di un buonissimo groove fatto di bassi supercarichi e sintetizzatori alternati, ancora, a intervalli trasognanti di arpeggi folk. Qui Kozelek al contempo inveisce contro la tecnologia e predice la vittoria di Trump nelle elezioni dello scorso novembre, sottolineando un collegamento nemmeno troppo velato tra la prima (“He is proof that we chose app over education”) e il secondo (“Make no mistake, Donald Trump is our own creation”). E così, quello che dalle dichiarazioni sarebbe dovuto essere un album pieno di amore, humor e gratitudine per la vita che ci è stata donata, in realtà scivola presto in un manifesto di disgusto e livore mal celato. Tra riferimenti all’attentato all’aeroporto di Istanbul (Window Sash Weights) e veri e propri riempimenti (Sarah Lawrence College Song) si arriva alla fine di una prima parte cupa e di certo stramba, minimalista e raramente originale.

Quello che rende Common As Light tranquillamente sotto la sufficienza è però la seconda metà: più melodica certo, ma piatta, con un’anemica inconsistenza diffusa abbastanza preoccupante. Si articola fra le scolastiche riflessioni sul passare del tempo (il nativo dell’Ohio è ormai cinquantenne) di Early June Blues, e la solita invettiva sul problema del controllo delle armi negli USA di Bergen To Trondheim. Quest’ultima – in cui si cita anche la sparatoria di Orlando ed il “Me/Whee?” dello scomparso the greatest Alì – insieme con I Love Portugal rappresenta la quota melodica più tradizionale, dove lo sfogo più o meno sarcastico su tutto e tutti dell’attuale Sun Kil Moon non ha ancora preso il sopravvento sulle sue capacità di musicista (ed a questo proposito la passata polemica coi War On Drugs assume ora connotati a dir poco esilaranti). Ci sarebbe infine anche da riflettere sul fatto che se la singolarità della sua visione delle cose valesse il sacrificio richiesto forse non saremmo qui a parlare di un mezzo fallimento. Invece, come dimostrano i testi di Bastille Day – pezzo dal vago retrogusto yé-yé sulla strage di Nizza – quando si trova a più di un metro da lui, la realtà pur complessa di questi tempi è metabolizzata da Kozelek immancabilmente in modo stereotipato se non addirittura banale.

Da Vague Rock Song in poi ci si avvia verso un tremendo finale che non rende giustizia alla carriera dell’ex Red House Painters, quasi troppo brutto per essere vero. Siamo di fronte ad un prodotto autoreferenziale ed egocentrico come pochi, dove mancano strutture per lo meno convincenti a fronte di texture curate e buona produzione, che tuttavia non bastano ad arrestare una caduta che mai come ora pare inevitabile. Forse stiamo davvero perdendo il Sun Kil Moon che abbiamo imparato ad apprezzare. Era lecito aspettarsi molto di più da un album che di sicuro farà parlare di sé ma ahimè non positivamente.