Tutto finisce. Anche i side project. Alessandro Cortini, reduce dall’ultimo riuscitissimo disco Avanti, un ritratto familiare dipinto con pennellate di elettronica analogica e field recordings, e fra un tour e l’altro dei Nine Inch Nails, ha deciso di chiudere un altro capitolo della sua densissima carriera, pubblicando per Dais Records Fine, terzo e l’ultimo disco del suo moniker SONOIO. Il nome potrà suonare strano agli anglofoni, ma non a chi mastica l’italiano: con SONOIO, Cortini direziona la sua voce e le sue enormi capacità tecniche al servizio di un’elettronica più diretta, orecchiabile e ritmata rispetto a quella della sua discografia “ufficiale”. E spesso lo fa con buoni risultati.

Fine non fa eccezione. Il disco assume le sembianze di un concept album in cui seguiamo un personaggio che fa i conti con la propria psiche, fra confusione, incomunicabilità e passati irrisolti. Il viaggio inizia con la doppietta “I Don’t Know” e “Left”, che rivela subito la maestria di Alessandro Cortini nella costruzione sonora. Le melodie – molto riuscite soprattutto nei ritornelli – strizzano l’occhio al lato più oscuro del pop anni ’80, quello dei Depeche Mode e dei Tears For Fears. Su di loro galleggiano i testi nichilisti, in cerca di una via di fuga dal presente, cantati dalla voce di Cortini, che dimostra grande versatilità e varietà, ma che manca della pienezza necessaria per restituire al meglio le emozioni che racconta. Da questo punto di vista è evidente l’influenza del cantato di Trent Reznor, ma il paragone è impari.

Thanks for calling, thanks for letting me go Thanks for asking, even though you know that I’m falling

“Thanks for calling” è crescendo costruito su robusti macigni analogici, con un’esplosione finale che scarica tutta la tensione accumulata in precedenza proiettandoci verso un salto nel buio. A chiudere la prima parte del disco c’è “Pieces”, che calma le acque e ci lascia sprofondare insieme all’anima del nostro compagno di viaggio. Il brano richiamo Avanti, da cui eredita un ambiente elettronico rarefatto ma familiare e la field recordings casalinga sul finale.

Ad aprire la seconda parte del disco, più intima e soffusa, c’è la tormentata “Vitamin D” e le atmosfere aliene di “Bad Habits”, dominate da un giro di basso sintetico multiforme che sembra uscito da un pezzo dei Boards of Canada, mentre la voce di Cortini qui si avvicina molto a quella del cantante degli Arcade Fire Win Butler nella parentesi Reflektor. Il viaggio continua dopo la caduta nelle profondità della psiche con “Under The Sea”, fra basse frequenze pulsanti e martellanti tamburi. Il cielo schiarisce nel ritornello: torna la melodia come uno spiraglio di luce che arriva dal passato.

I just want to crawl under the sea
Everything that mattered never mattered to me
I feel like I’m lost. Maybe we’ll see.
I’m going to fast. Maybe just.
Take time
Slow down
Rewind

Uno spiraglio che prende le sembianze di una chitarra. L’elemento acustico che in “What’s Before” detta il passo in un mare elettronico infestato da rumorosi fantasmi sonori che ne disturbano l’ondeggiare. Dopo una chiusura noise approdiamo all’ultimo paragrafo, che richiama il primo, dell’ultimo capitolo di SONOIO. Ma “I Don’t Know (Coda)” non è una risoluzione, il cerchio si chiude fra bassline e glockenspiel – esperimenti acido acustici che richiamano l’Aphex Twin di Richard D. James Album – ma solo per ricominciare di nuovo.

A Fine manca solo quel pizzico di originalità e solidità vocale che lo eleverebbero da validissimo esercizio synthpop a vera sorpresa nel desolato panorama musicale estivo. Ma una sorpresa, almeno un po’, Fine lo è lo stesso, almeno per chi cerca un’elettronica orecchiabile e profonda, con melodie ritagliate su tappeti di suoni ricercati e cuciti insieme da una produzione brillante. In ogni caso, la valida conclusione per il progetto SONOIO. Un alias che speriamo torni influenzare con sprazzi melodici più marcati la discografia di Alessandro Cortini. A cui, per la verità, non manca quasi più nulla.