Sono stati anni vissuti a rotta di collo per Christopher Taylor: trasferitosi da Vienna a Los Angeles, il cantautore e producer che con il suo moniker SOHN diede alle stampe nel 2014 il validissimo Tremors si è trovato a gestire ciò che è accaduto dopo questo primo album del suo progetto, vale a dire una nuova vita, nuove radici e pure una nuova famiglia con l’arrivo di un figlio. Nel mezzo di questo periodo abbiamo assistito alla calata di una serie di epigoni di SOHN e anche di James Blake che sposano il cantautorato al post dub, minimal techno, drum and bass, nu soul, alt R’n’b e via dicendo (Jamie Woon, The Acid, Lo-Fang, Mount Kimbie, How To Dress Well…peraltro parliamo di artisti di qualità, mica dei parvenu).

L’esperienza di questi anni vissuti di corsa si riversa nei suoi aspetti più intimi e malinconici in questo Rennen (che appunto in tedesco significa correre) ma anche il cambio di prospettive dall’Europa alla rutilante Los Angeles, città che in una intervista di lancio rilasciata a Rolling Stone SOHN considera “frustrante” da vivere rispetto al nord della California, dove si rifugia tra i boschi: tutto questo riecheggia in un album in bilico tra la sperimentazione non strumentale a sé stessa e la pura forma canzone, tra oscurità ed intimismo ma tenendosi alla larga da un album dreamy. Rennen, parola di SOHN, è nato di getto, anche come reazione alla musica pubblicata negli ultimi due anni, da Taylor considerata noiosa e piatta: un disco frutto dell’urgenza di fermare la frenesia che circondava il songwriter inglese che nei dieci brani che compongono l’album si ritaglia uno spazio di confessione sostenuto musicalmente dal minimo indispensabile, ovvero tastiere, drum machine e soprattutto la sua voce (uno degli assi della manica che Taylor può giocarsi rispetto a molti suoi colleghi) che risuona mai come prima d’ora evidente in tutte le sue sfumature, limpida e scevra di qualsiasi artifizio.

Così SOHN apre Rennen con gli angoli spigolosi di Hard Liquor, tetro post dub illuminato solo dalla voce di Taylor, in cui si enfatizzano gli accenti ritmici senza nulla togliere all’orecchiabilità della canzone e prosegue in un viaggio intimista a volte sopraffatto dall’amarezza e dal pessimismo quando lo sguardo si rivolge all’esterno come nel manifesto sul cambiamento climatico di Conrad (“Like a rushing comet bound for the planet / And we’re dinosaurs living in denial” e “I can feel it coming, we can never come back” ripetuto allo spasimo) e nella politica Primary (“Give me patience to wait for another day/ Help me hold my tongue, keep the rage away/ Nobody seems able to make a change/ I can’t believe we’re not better than this”, è chiaro il riferimento a quanto è avvenuto alle elezioni americane). A volte però SOHN si lascia andare all’ammissione delle proprie fragilità come nella title track  (“And I feel some relief now I know /And I love you but I really have to go /My fate (My fate)/ My fate don’t mean a thing” forse rivolto al figlio) o nella toccante e un po’ allucinata preghiera finale di Harbour (“Harbour, Harbour / Bring me into your arms / Open, open / Your heart to a wanderer / Wake me, wake me / And I’ll be your doting son / Harbour, harbor / Save me from the open sea”), in una personale ricerca di un sollievo e di un punto fermo nella propria vita.

Ma la bellezza di Rennen, come già detto, si dispiega nell’uso dello strumento voce che SOHN riesce a spingere senza forzarla verso picchi notevoli di intensità emotiva nella title track (con qualche concessione pure al falsetto), nella spirale ipnotica di Falling, nel crooning di Still Waters e nell’inizio a cappella di Harbour. Questo perché Taylor riduce gli arrangiamenti ai minimi puntando sulla sottrazione, sui pattern ben incastrati e ben dosati seppur profondi ed accentuati come nel blues elettronico di Conrad e nelle stratificazioni di ritmiche basiche di Falling. Un d’n’b che a volte può ricordare Burial (Proof) o l’Aphex Twin dei Selected Ambient Works 85–92 (Signal) ma in realtà questo Rennen si spinge oltre facendo incontrare le due fonti di ispirazione musicale di SOHN nel realizzare questo album, ovvero i Kiasmos di Ólafur Arnalds e Janus Rasmussen per quanto riguarda l’aspetto elettronico e il songwriting di Tom Waits per l’aspetto più empatico, umano e narrativo. Ecco perché possiamo parlare con cognizione di causa di cantautorato elettronico: SOHN ci risparmia infatti il compiacimento estetico su cui purtroppo a volte cadono alcuni suoi colleghi ed infatti si nota come questo album sia nato d’istinto, senza filtri ma diretto e diritto al punto. L’onestà paga, a volte non è obbligatorio sperimentare per stupire o superare i propri colleghi: ed infatti possiamo affermare che Christopher Taylor non fallisce la prova del sophomore creando con pochi ingredienti un piccolo, meraviglioso album.