Ryley Walker prosegue a passi ravvicinati la sua ascesa nel mondo del cantautorato classic rock/ Americana/Chicago scene/folk e chi più ne ha più ne metta, iniziata nel 2014 con la pubblicazione di una media di un album all’anno. Giusto l’anno scorso l’uscita di Primrose Green ottenne l’attenzione e il plauso di critica, adetti ai lavori (guadagnandosi la stima di Robert Plant e Danny Thompson, mica dei parvenus qualsiasi) e pubblico:  i riff incastonati in melodiche jam session, i virtuosismi della chitarra, lo stile che richiama John Martyn, Nick Drake e Tim Buckley in un revival folk e alternative country perfettamente prodotto, mai caotico. Prendete tutti questi elementi, tirateli a lucido come se Ryley Walker dovesse presentare la sua musica ad una grand soirée e avrete il successore di Primrose Green a praticamente un solo anno di distanza.

Golden Sings That Have Been Sung si sviluppa in collaborazione con LeRoy Bach, produttore e polistrumentista dei Wilco, giusto per rimarcare il retroterra comune non solo fisico ma anche musicale (parliamo di artisti dell’Illinois e che gravitano intorno alla scena musicale di Chicago, già perno di jazz e blues e foriera delle più importanti sperimentazioni musicali  degli ultimi anni). L’opening track, The Halfwit In Me, mette subito in chiaro la cifra stilistica che ci aspettiamo da Walker: riff, melodie ed il cantato si incastrano perfettamente in una jam session dove ogni elemento occupa il proprio posto in armonia con gli altri; il tutto guidato dal gentile riff di chitarra che detta i tempi di tutto il brano. In 40 minuti di musica distribuiti per otto brani il cantautore di Rockford ci presenta un album decisamente ben prodotto e arrangiato, ma che in alcuni, decisivi, punti lascia alquanto interdetti, come la chiusura approssimata di A Choir Apart, al folk idilliaco e luminoso di I Will Ask You Twice ma decisamente esangue (giusto due minuti di canzone, quasi una demo utilizzata come riempitivo) e fuori posto rispetto al resto di Golden Sings That Have Been Sung. E lascia persino sconcertati Funny Things She Said, una ballad da crooner che pare uno scarto di Van Morrison e ti fa dubitare del fatto che quello che stai ascoltando sia lo stesso album di chi ha confezionato giusto un anno prima Primrose Green.  Questo non significa certo che Golden Sings… sia un pessimo album, perché come già detto il disco è tecnicamente ineccepibile sotto il profilo della produzione e degli arrangiamenti: la contraddizione però risiede nella poca anima messa a disposizione da Walker, cosa che si nota in brani che si trascinano stancamente come Sullen Mind (che ricorda Jonathan Wilson) nonostante le esplosioni jam e  The Great And Undecided in cui le parti cantate sembrano persino di troppo. Ci sono dei momenti estremamente validi ed interessanti come l’ipnotica The Roundabout, resi però vani da brani che non si capisce dove vogliano andare a parare (la studiatissima Age Old Tale, con i suoi rintocchi dell’arpeggio di arpa che scandiscono otto minuti di un brano che scivola via senza colpo ferire).

Per chiarirci: Golden Sings That Have Been Sung è senz’altro un album ben prodotto, ben calibrato e di elegante fattura, ma che non lascia un segno incisivo rispetto all’opera precedente: nulla toglie ovviamente alla bravura e al valore di un cantautore di pregio come Ryley Walker a cui si può concedere un passo falso, nella speranza che il suo stile non diventi maniera.