Scrisse una volta lo scrittore e poeta siculo Gesualdo Bufalino che con le donne accade di non saper cosa dire e quindi non trovare le parole all’inizio ed alla fine di un amore. Ryan Adams, superato lo shock della separazione con la moglie Mandy Moore, ha invece superato questa afasia producendo un intero album, Prisoner, sedicesimo della sua fitta carriera e il primo dal 2014 composto da brani originali (nel mezzo, il divertissement del cover album di Taylor Swift, 1989). E’ un cliché che nella musica si ripete se non dai tempi di Palestrina almeno da qualche secolo, ovvero le pene d’amor perduto musicate dall’artista sedotto ed abbandonato di turno (un po’ come le canzoni dedicate ai figli, che meriterebbero un embargo ONU ma questa è un’altra storia): ci è finito pure Ryan Adams, come accennavamo, e lo stesso prolifico cantautore di Jacksonville ha confessato di aver iniziato a comporre mentre il divorzio si stava consumando. La cosa ha debilitato moralmente l’autore di Gold, tanto da spingerlo quasi a non riuscire a descrivere il dolore che provava (niente niente che Bufalino ci aveva visto giusto). Alla fine però forza e coraggio hanno aiutato Ryan Adams a completare Prisoner, un album che si insedia nel territorio del rock e del country rock per cuori spezzati anni 80, debitore nei confronti di Springsteen e di Tom Petty ed altri che si inseriscono in questo alveo.

La cavatina con cui Adams apre l’album sin dal titolo presenta il tema portante di Prisoner: Do You Still Love Me?, una power ballad sulla difficile elaborazione della perdita e la ricerca di un senso a quanto difficilmente si riesce a dare una spiegazione, ovvero perché un amore, un rapporto che sembrava solido e che procedeva su binari ritenuti sicuri alla fine si incrina, si spezza, si dilania fino a non poter più ricostruire nulla. Aperta da dalle tastiere dimesse per poi essere contrastate dal muro elettrico innalzato dalle chitarre, in linea con la produzione recente di Ryan Adams, Do You Still Love Me? (ripetuto incessantemente lungo il brano) è uno spleen, un blues senza essere propriamente un blues , in cui la richiesta quasi sbigottita di Ryan Adams ha un che di melodrammatico (per gli appassionati, sembra riecheggi un famoso duetto dell’atto II della Manon Lescaut di Puccini: “Tu non m’ami dunque più? / M’amavi tanto!”).

Musicalmente si diceva di Springsteen, che fa capolino nella successiva title track Prisoner dove il cantautore ex American Music Club continua a piangersi addosso (“I am a prisoner / For your love”) e il Boss con il songwriting anni 80 vengono parimenti citati anche in Doomsday (altra litania: “My love, you said you’d love me now ’til doomsday comes / ‘Til doomsday comes”). Springsteen viene invece citato nel periodo di Nebraska  nella acustica Haunted House e  nella notturna e spettrale Shiver and Shake (“I’ve missed you so much I shiver and I shake”,inizia ad essere chiaro che Ryan Adams questa separazione non l’abbia presa tanto bene), anche se Prisoner inizia a prendere una piega un po’ alla Tunnel Of Love (escludendo l’elettronica), forse uno degli album meno riusciti del Boss. Sempre meglio comunque delle scivolate che conducono a John Mayer come nella ballad country rock senza infamia né lode di To Be Without You: fortuna che il timbro caldo ed empatico di Ryan Adams salva la baracca in casi che si potrebbe definire buoni ma non straordinari (Anything I Say to You Now), ma verso la fine del disco arriva qualche gioia (musicale, s’intende): Breakdown ricorda a tratti i padrini delle power ballad Mötley Crüe ma in realtà siamo più vicini ad un pop rock di classe, Outbound Train è un buon country rock di sana e robusta costituzione, Broken Anyway si avvicina a Tom Petty e la scarna Tightrope stupisce con l’inserto del sassofono di Joe Sublett.

In generale Prisoner non spiazza, non stupisce ma conferma l’ottima capacità di scrittura di Ryan Adams: certamente ci sono stati album nati da delusioni d’amore che hanno lasciato di più il segno, e probabilmente non siamo di fronte a quello che Sea Change ha rappresentato per Beck, per fare un esempio di disco per cuori spezzati. Resta un po’ di amarezza perché forse si poteva osare di più (magari sottraendo qualcosa ed evitando di citare ossessivamente – e non scimmiottare, si badi bene- il country rock anni Ottanta) anziché confermare la bravura di un cantautore prolifico come pochi e che con Prisoner toccherà sicuramente le corde degli animi degli ascoltatori convalescenti da una rottura: non sappiamo se Mandy Moore ci ripenserà ascoltando il disco ma Ryan Adams nel frattempo ha scritto la colonna sonora che potrebbe andar bene giusto per i cuori spezzati. Gli altri, faranno spallucce.