El spits fire, I spit ether /We the gladiators that oppose all Caesars” sentenzia Killer Mike in A Report to the Shareholders, prima parte delle due in cui è composta la traccia che chiude l’atteso, attesissimo nuovo album dei Run The Jewels, uscito a sorpresa sotto le feste quando la data della pubblicazione era inizialmente fissata per il 13 gennaio del 2017. Evidentemente l’urgenza del duo rap composto dal white nigga (perdonate l’espressione di moda usata spesso a sproposito, ma qui ci sta tutta) e produttore, beat maker nonché rapper El-P e dal suo collega di flow Killer Mike era tale da non poter più aspettare per rilasciare Run The Jewels 3, terzo lavoro del binomio dalle rime incendiarie.

E dalle casse infatti viene sparato un bombardamento di parole al vetriolo senza infingimenti come è nello stile dei due. Il propano che alimenta l’incendio è legato – ça va sans dire – ai movimenti di protesta come Black Lives Matter che infiammano l’America, oltre ovviamente alla critica senza quartiere contro il capitalismo e la società zozza e malata già presa di mira nel mirabile lavoro solista di El Producto Cancer 4 Cure, uscito nel 2012. A gettare poi ulteriore benzina sul fuoco ci pensa pure l’elezione di Donald Trump che ha fatto precipitare gli eventi verso la pubblicazione anticipata di Run The Jewels 3, la cui strada è stata aperta dai singoli Talk To Me, 2100 e Legend Has It e che vede come featuring la partecipazione di Boots, Joi Gilliam, Trina, Danny Brown, Kamasi Washington, Tunde Adebimpe e anche Nadya Tolokonnikova delle Pussy Riot.

Il risultato è un album con ancora meno fronzoli rispetto agli altri due precedenti volumi 1 e 2 dei Run The Jewels, ma la carica eversiva è la stessa, se non ulteriormente accentuata, seppure siamo lontani dal capolavoro hardcore rap che El-P ha raggiunto con Cancer 4 Cure, summa del genere e vetta inarrivabile che andrebbe ascoltato obbligatoriamente da chiunque lavori in questo ambiente o voglia iniziare a rappare.

Run The Jewels 3, come abbiamo accennato, è un disco politico, senz’altro. Si innesta sulla scia dei lavori del duo e che sin dalla cover con le famose mani presenti già dal primo album del connubio tra El-P e Killer Mike comunica non più la volontà di prendersi ciò che è proprio e che si trova là fuori ma di contare su sé stessi, sulla propria forza interiore , cosa che ad una persona può bastare ed avanzare:  “A couple times I took my eyes off the prize, y’all/I know a few people pray for my demise, y’all /But like cream, I had to rise, I had to rise, y’all” recita il testo della opening track Down, che parte sì dai vecchi problemi con la droga di Killer Mike (che appartengono ormai al passato: “I hope with the highest of hopes/That I never have to go back to the trap/And my days of dealing with dope”) ma che si apre alla celebrazione del binomio Run The Jewels e della forza che scaturisce da un equilibrio artistico e personale che tra i due ha ormai raggiunto la stabilità. Down non è solo una dichiarazione di intenti dal punto di vista dei contenuti, lo è anche dal punto di vista musicale: il brano non lascia fiato all’ascoltatore con un beat incessante quanto il flow di Killer Mike e di El-P, come a far capire che i due sono tornati con una urgenza di far comprendere al loro mondo chi comanda nell’ambiente. E’ come se avessero tenuto a bada sino ad ora una energia da sprigionare e colgano questo album come l’occasione giusta per scatenarla, per aprire quell’immenso serbatoio di rabbia che non riguarda solo loro ma una parte della società americana, e i due ci tengono a far sapere che fanno sul serio: “I told y’all suckers, I told y’all suckers. I told y’all on RTJ1, then I told ya again on RTJ2, and you still ain’t believe me. So here we go, RTJ3”, questo il fiele che si sprigiona nell’interlude di Talk To Me, che presenta uno sberfleffo al neo presidente Trump e alla presunta supremazia bianca (“Born Black, that’s dead on arrival/ My job is to fight for survival /In spite of these #AllLivesMatter-ass white folk”). La ferocia della loro critica sociale tocca vette di rara violenza in Hey Kids (Bumaye), brano che incita all’odio e alla rivolta contro il potere capitalistico e chi lo rappresenta (“I lived half my life to give half my cash to these half man imps /They got half a heart, they give half a fuck, they got half the guns”), citando quel grido selvaggio ed impietoso, poi diventato canto popolare, che il pubblico zairese intonò durante l’incontro tra Mohammed Ali e George Foreman (“Ali bumaye”, Ali uccidilo).

El-P e Killer Mike con le loro rime e i loro beat fanno risuonare i tamburi di guerra senza un attimo di tregua, con sarcasmo e forza incendiaria come nella old school Call Ticketron, nella marcia elettronica in levare di Legend Has It (con il featuring di Boots, di ritorno dopo aver già collaborato nel brano Early presente in Run The Jewels 2), nell’ipnotica Stay Gold, negli strali lanciati su un tappeto di synth di Don’t Get Captured (“Good day from the house of the haunted /Get a job, get a house, get a coffin /Don’t stray from the path, remain where you at /That maximizes our profit”), nei beat profondi ed industrial della triviale Panther Like a Panther (Miracle Mix) (“I’m not on your map, I’m a mystery to you captains of industry”), brano che rappresenta uno dei momenti migliori di Run The Jewels 3.

You made my eardrums bleed and I will pinch you” recita l’outro di Hey Kids (Bumaye): non c’è modo di rilassarsi, è come se El-P e Killer Mike ci dicessero che là fuori infuria la guerra e non è tempo per adagiarsi nella propria zona di comfort, soprattutto per gli afroamericani che di fronte alle presunte violenze che vengono perpetrare su di loro debbono rispondere colpo su colpo. E’ questo il tema di Thieves! (Screamed the Ghost), dove il flow si fa sempre più cinico, disilluso ed arrabbiato, nonché beffardo (Killer Mike: “You can burn the system and start again”) e nel finale si cita Martin Luther King quando disse nel 1968 che “la rivolta è il linguaggio di chi non viene ascoltato” (chicca: il sample del piano è di Dangermouse).

C’è anche spazio per le vicende biografiche dei due come nel portentoso Thursday in the Danger Room (elettronica con cassa in levare fusa con i fiati jazz di Kamasi Washington, già al lavoro nell’acclamato To Pimp A Butterfly di Kendrick Lamar), che verte sulle storie di amici di El-P e Killer Mike scomparsi prematuramente (e il Lyrical Punisher ammorbidisce i toni: “Just know that I love you, good friend, ain’t forget you, and when I remember I smile”) .

Nel finale del doppio A Report to the Shareholders / Kill Your Masters (con le tastiere che ricordano lo splendido Willie Burke Sherwood, brano autobiografico di Killer Mike presente nel suo capolavoro R.A.P. Music) l’incendio diventa esplosione con il featuring finale di un tipino fino come Zach De La Rocha: toni epici e tanto per cambiare di rivolta di fronte all’esistente e alla routine, ma anche la consapevolezza che i Run The Jewels hanno fatto quadrare il cerchio potenziando la loro musica e centrandola definitivamente (“When I started this band, didn’t have no plans, didn’t see no arc / Just run with the craft, have a couple laughs /Make a buck and dash, yeah”). Con la potenza del loro flow El-P e Killer Mike sono pronti per “kill their masters”, prendersi d’imperio il loro trono nel panorama rap – al di là dei parossismi tipici del genere – non con l’arroganza e la superficialità che coprono il vuoto d’idee tipico di molti loro colleghi mainstream, ma con la forza del loro essere animali politici, colti ed informati, ben calati nella realtà di questo mondo e ben consapevoli, nonostante in una vecchia intervista a proposito del brano Reagan, inserito in R.A.P. Music, Killer Mike rifiutava l’etichetta di rapper politicizzato in quanto si sentiva piuttosto un osservatore e commentatore della società.

Non è un caso comunque che I due considerino Run The Jewels 3 il meglio della loro produzione insieme: la loro credibilità è tale che possono permettersi quell’inno dell’America post elezioni 2016 che è 2100 (“The evening news givin’ yous views / Telling you to pick your master for president /Then behind the curtain, seen the devil workin’ /Came back with some evidence” e ancora “I am still a kid in my heart / But these motherfuckers sick / They don’t give a shit, not at all /They don’t even want to let you take a little piss in a pot”) accompagnando l’ormai canonico messaggio di rivolta ad un inedito moto di speranza ,anche se si tratta di un incoraggiamento alla diserzione: “I’m here to tell you don’t let em tell you what’s right wrong /Make love, smoke kush, try to laugh hard, and live long /That’s the antidote /You defeat the devil when you hold onto hope /’Cause kinfolk life is beautiful / And we ain’t gotta die for them other men / And I refuse to kill another human being / In the name of a government”.

Piaccia o meno, questa è la voce di una parte dell’America, che non è certamente il 99% della popolazione come ritenevano i movimenti di Occupy Wall Street  o di quelli che sono scesi nelle strade delle grandi città per protestare contro l’elezione di Trump (casomai il 99% sono gli americani veri delle province e delle piccole città che lo hanno votato in massa, ma questa è un’altra storia); tuttavia si tratta di una voce che si sta facendo sempre più strada nella musica black e non solo. In questo ambiente stiamo assistendo ad un sempre più marcato abbandono dei contenuti più frivoli e superficiali in favore di temi sempre più politici, un contagio progressivo che probabilmente interesserà buona parte della musica negli Stati Uniti da qui ai prossimi quattro (otto?) anni, e che potrebbe favorire una esplosione culturale così come è avvenuto con la presidenza Bush o in passato in Gran Bretagna con quella della Thatcher. Che questa nuova consapevolezza civile sia sincera o solo una moda non possiamo dirlo: ma senz’altro Run The Jewels 3, al netto di qualche ingenuità e al di là dei contenuti, rappresenta uno dei migliori prodotti di questa nouvelle vague proprio perché El-P e Killer Mike non si adattano ai tempi ma sono sempre stati così: scomodi, incendiari e i migliori nel loro campo. Cosa che ci dimostrano con questo album una volta per tutte.