La musica di Roger Waters è l’equivalente sonoro di un pugno sferrato da un vecchio inglese in piena sbronza che nel chiasso di un pub cerca di spiegare, con una certa veemenza, le sue idee sulla democrazia, su Trump, sulla Brexit e sulla Palestina. Che poi un burbero inglese un po’ arrogante, ma con una certa bravura nel raccontare storie intorno a un tavolo fra quattro amici, è proprio quello che Waters sarebbe diventato se nel 1965, al Politecnico d’Architettura di Londra, non avesse incontrato il piacione Nick Mason e fondato con lui i The Tea Set poi Pink Floyd, per nostra fortuna.

Is This The Life We Really Want? arriva proprio con la potenza di un gancio destro, ma un gancio destro che il mondo si aspettava da molto tempo. Sono passati venticinque anni dal profetico Amused To Death e Roger, soprattutto nell’ultima decade, non ha mai nascosto che qualcosa, almeno nella sua mente, stava nascendo. Forse ha temporeggiato perché sentiva che il mondo avrebbe preso una certa piega. Ha aspettato qualcosa da raccontare: ipocrisie, fallimenti politici, speranze.

E le speranze erano tante, nei lontani anni ’70, gli anni dei capolavori musicali e commerciali dei Pink Floyd. When We Were Young, il primo brano di questo nuovo lavoro solista, sembra proprio un ritorno all’ordine, un eco dal passato. Il battito cardiaco che introduceva The Dark Side of the Moon ritorna con un gusto nostalgico, referenziale, e in pochi minuti, così come nel 1973, ci trasporta verso le prime note del disco. In Déjà Vu, titolo quasi metanarrativo, Waters tira fuori uno dei testi più egocentrici mai scritti, accompagnato però da un arrangiamento morbido in crescendo dalla forte carica emotiva, con synth che sembrano arrivare dritti dalle sessioni di Animals. Un Déjà Vu, appunto.

If I had been God
I believe I could have done a better job

C’è sì l’egocentrismo ma a differenza degli anni passati qui Roger ci ride letteralmente sopra. Risate amare che ci accompagnano nella descrizione di una realtà che offre pochi spiragli di luce. The Last Refugee, il terzo brano del disco, è una ballata in crescendo che richiama il ritmo della Five Years di Bowie per raccontare di un mondo desolato, senza traccia umana e d’umanità. Il richiamo alle atmosfere dei Pink Floyd si fa più marcato. Un richiamo che diventa evidente con la seguente Picture That, che parte con il basso di Sheep e il synth di Dogs e si conclude con quella che è probabilmente una citazione alla storia di Aylan Kurdi, il bimbo annegato in mare e ritrovato senza vita sulle spiagge della Turchia.

Down by the shore
Digging around for a chain or a bone
Searching the sand for a relic washed up by the sea
The last refugee

In Picture That viene citato, in modo molto intelligente, anche Wish You Were Here, di cui torna il celebre colpo di tosse iniziale nella seguente Broken Bones, il brano più vicino alle atmosfere nostalgiche fatte di imponenti arrangiamenti orchestrali di The Final Cut, quello che più guarda alle ceneri del passato, alle scelte sbagliate, all’apparentemente infinita libertà dell’American Dream. Poi arriva la title track, proprio al centro del disco, il brano più critico verso Trump e le sue politiche, introdotto proprio da una delle tante litanie del Presidente contro la CNN.

Qui i primi nodi arrivano al pettine. Se finora siamo stati manipolati dalla grande emotività della produzione, non a caso affidata a Nigel Godrich, e dalle dolci progressioni armoniche, ora ci si accorge di quanto Waters stia cercando di raccontare in modo troppo diretto la sua visione del mondo, senza lasciare spazio all’interpretazione dell’ascolatore, fondamentale anche quando si tratta di concetti sacrosanti, come la libertà d’espressione e diritti umani. La disamina politica prende il sopravvento sul lato musicale.

La seguente Bird in A Gale è il pezzo meno incisivo del disco. Ritorna, nella sezione centrale, un forte richiamo ai Pink Floyd, con loop di voci e sample vari che si incrociano su un tappeto ritmico simile alla On The Run di Dark Side. Il suono fumoso e industriale si allarga per fare spazio alla seconda ballata del disco, The Most Beautiful Girl. C’è di nuovo una sezione ritmica molto secca e decisa che accompagna una narrazione cinematografica, ancora molto manipolativa, una storia d’amore spezzata dalla bombe con un finale strappalacrime, ma non banale, come solo Waters sa fare.

Smell The Roses svolge il ruole che fu, ormai quattro decenni fa, di Money. Ed è infatti stracolma di citazioni a quest’ultima. Ma ogni tanto, durante l’ascolto del disco, si ha la sensazione di giocare a un quiz, una caccia al tesoro per riconoscere da quale brano arrivano certi suoni (il ticchettio di Time) o certe trovate d’arrangiamento (la sezione centrale di Welcome To The Machine, il basso di Have A Cigar). C’è anche una piccola citazione ai The Doors. Un quiz alla lunga un po’ stancante.

Throw a photo on the funeral pyre
Yeah, now we can forget the threat she poses
Girl you know you couldn’t get much higher

Is This The Life We Really Want? si avvia verso una conclusione più intima, come se il vecchio inglese si stia riprendendo dalla sbronza e si stia addolcendo un po’. Wait For Her è la metamorfosi musicale di una poesia dello scrittore palestinese Mahmoud Darwish, un ultimo tributo a un’altra delle realtà più care a Waters. Con le seguenti Oceans Apart e Part of Me Died sembra di tornare, un po’ troppo, a The Wall. La linea fra tributo e mancanza di originalità diventa molto sottile. Può anche capitare di canticchiare il testo di Mother sopra la pungente chitarra acustica à la Pigs On The Wings. Come fantasmi dal passato, gli stessi che perseguitano l’anima irrequieta di Waters, gli stessi che smuovono la sua voglia di cambiare il mondo raccontandolo, e se per farlo bisogna sacrificare il lato musicale ricorrendo a troppi clichè sonori lui lo fa lo stesso.

Is This The Life We Really Want? è un disco riuscito, ma purtroppo anche coerente a quello che è il carattere del suo creatore, che si riflette in un modo di concepire la musica molto chiuso e autoreferenziale. Il prezzo da pagare per uno sguardo sulla realtà sempre lucido e mai retorico che colpisce l’ascoltatore, lo tramortisce quasi, proprio come il pugno di un vecchio ubriaco che però alla fine capisce di aver sbagliato e ti aiuta a rialzarti.