Dopo un album d’esordio un po’ tentennante ma che lasciava intuire un margine di miglioramento, Rich Brian è tornato con The Sailor. In tutta onestà ero abbastanza scettico inizialmente: un anno è un tempo estremamente breve per pubblicare un disco, tanto più se è il secondo (notoriamente il più difficile da realizzare) e a maggior ragione in luce della mancanza di una vera e propria direzione del primo, tuttavia sono molto felice di essermi dovuto ricredere. Brian non solo ha trovato un suo sound e uno stile personale, ma ha soprattutto dimostrato di avere svariate frecce al suo arco, gestendo molto bene i diversi tipi di beat presenti e riuscendo sia a rappare che a cantare con ottimi risultati.

I used to be the kid, now the kids wanna be me
Trippin’ ’bout my future, like way before there was cameras
Hella plans on my calendar, ‘fore I went all professional
Less souls to trust, man, these people makin’ me cynical
More copycats and less people soundin’ original
Same destination, we just took different routes
Fuck bein’ one the greatest, I’m tryna be the greatest one
I ain’t sayin’ I ain’t grateful for everything I’ve become
But the throne looks more comfortable than this chair I’m sittin’ on

The Sailor non è un concept album, ma il titolo riassume alla perfezione uno dei temi cardine dell’intero progetto: come un marinaio appena sbarcato, Brian si sente spaesato in un posto in cui vive ma che non è del tutto casa sua. Non manca di certo l’ego trip, ma il focus principale sono l’insicurezza e la paura di un ventenne indonesiano figlio di una famiglia numerosa che da un momento all’altro si trova a vivere da solo dall’altra parte del mondo. Nel corso del disco, il rapper esprime spesso la nostalgia della distanza, soprattutto in Curious, in cui racconta le preoccupazioni della madre nei suoi confronti.
Altro motivo che ricorre è quello delle relazioni interpersonali, sessuali o meno, che Brian ammette di non saper gestire al meglio a causa della sua istruzione ricevuta a casa, la quale non gli ha permesso di imparare a rapportarsi con le altre persone.

I miss my family, miss my home
Wish I could visit a little more
The journey’s 20 hours, flight too long
I only get to see ’em on my phone
Time does fly
I went from good wine to seein’ tears in my mom’s eyes
I don’t blame her, though
She used to feed me, now I live alone

Il sound ha un suo stile di base, ma tra una traccia e l’altra le differenze sono evidenti: passiamo dai banger veri e propri a pezzi quasi interamente cantati che diventano praticamente delle ballad.
Rapapapa con nientemeno che RZA del Wu-Tang Clan, con un beat pesante ma lento e molto strumentale (in cui l’ospite ci porta soltanto una breve strofa finale abbastanza buona) e Confetti, dal sound molto più Trap sono esempi dei pezzi più movimentati dell’album.
I brani più personali e tranquilli sono, tuttavia, quelli in cui Brian osa di più, uscendo dalla propria zona di comfort e concentrandosi più sul cantato, come Drive Safe e Where Does The Time Go con l’amico e collega Joji, entrambi ben riusciti e l’ultima in particolare è un’ottima chiusura dell’intero album.
Altro elemento ricorrente è il cambio di beat: quasi metà dei pezzi contiene uno switch finale o a metà, cosa che potrebbe stancare se non fossero così ben eseguiti. Slow Down Turbo ne contiene addirittura tre e ogni volta il rapper adatta la propria esecuzione in maniera magistrale.

Vi sono, purtroppo, anche dei momenti meno riusciti nell’album: primo fra tutti 100 Degrees che cerca di ricreare un pezzo Pop estivo fallendo miseramente, mentre un paio di altri pezzi sono decisamente poco memorabili. Il tutto, per fortuna, non basta a rovinare l’intero progetto.

Bottle full of liquor, I’ma drown tonight
Life looks so easy, all you gotta do is close your eyes
Please don’t call the reverend, I don’t need no help
Bury me a legend, I’ma dig the grave myself
I can’t remember when I last felt alive
Don’t try to save my life, I’m already on my way tonight
The blood is on my hands, it’s either do or die
Don’t even try to save my life

Una delle tracce più belle dell’intero album è Yellow con Bēkon, un pezzo dal beat freddo che dà un senso di isolamento, ma dal testo estremamente personale che riflette sul successo e sugli eventuali lati negativi dello stesso, il tutto con uno stile cantato e pieno di effetti che Brian non aveva mai provato prima, ma che ha realizzato alla perfezione.

Se l’anno scorso l’artista ci ha dimostrato di avere del potenziale, quest’anno ci ha fatto vedere come lo sa esprimere, con un album sorprendentemente ben costruito, coeso, ma soprattutto vario e introspettivo. Sembrerebbe Brian abbia trovato la propria strada, ora non gli resta che percorrerla.