Dopo essersi fatto notare su internet col nome di Rich Chigga nell’ultimo paio di anni collaborando anche con artisti molto importanti come Ghostface Killah, Young Thug e 21 Savage, il neo-diciottenne rapper indonesiano ha cambiato il suo nome in Rich Brian e pubblicato il suo primo album ufficiale intitolato Amen.
Nel complesso l’album non è nulla di speciale o rivoluzionario, ma è molto ben curato, soprattutto dal punto di vista estetico: le produzioni sono tutte di altissima qualità e la sua voce profonda e inconfondibile contribuisce a dare carattere al progetto. Il punto debole del disco sono i testi, non nella loro interezza, ma in alcuni versi in particolare che risultano stucchevoli e banali, soprattutto nelle tracce che non hanno un vero e proprio argomento.

I’m in my zone, I went through this shit alone
Didn’t have no friends, talk to myself we always get along
I’m still learnin’, I’m still fuckin’ up, correct me if I’m wrong

Come la maggior parte dei pezzi, Amen, il primo brano, è personale, ma mantiene un certo grado di ego-trip, anche se non tanto da rovinare il complesso della traccia considerando che, ogni volta che ciò accade, non è fatto con un atteggiamento di superiorità, ma piuttosto cercando di comunicare la propria gratitudine. Il beat è estremamente minimale, composto soltanto da una batteria e qualche suono di sintetizzatore con un leggero riverbero.

Callin’ my cab alcohol up in my system
Saw a fist fight and that shit don’t even make me scared no more
Man, I never been the one to be alone
All my friends are always hittin’ up my phone

La traccia successiva, Cold, è una delle più interessanti dal punto di vista sonoro e rispecchia molto il titolo sia nel beat freddo (per l’appunto) e a tratti distorto, che nel testo distaccato ma al tempo stesso aggressivo, soprattutto per il tema trattato: la difficoltà di Brian nell’aprirsi in un contesto relazionale.

Uno dei brani più personali dell’album è Glow Like Dat, che esprime in maniera efficace quella sensazione mista di invidia e orgoglio nel vedere la propria ex ottenere successo e felicità nella sua vita con qualche buona performance canora. La base è onirica, quasi angelica e contribuisce a creare un mood nostalgico e agrodolce.

Don’t wanna see you go but I’d do the same as you
Don’t see why you would go back to seein’ me when you
Didn’t wanna hurt my feelings but I couldn’t get a clue
Didn’t wanna seem perceivin’ ’bout the things that you pursue

Le collaborazioni sono relativamente marginali, soprattutto quelle di NIKI in Little Prince e di August 08 in Arizona –il cui cambio di beat è spettacolare–, ma riescono comunque a dare un senso di compiutezza ai brani. La strofa di Offset in Attention è ripetitiva, banale ed esageratamente ignorante, costituendo solo un motivo per saltare la traccia.
La collaborazione più interessante, tuttavia, è quella di Joji in Introvert, che si integra perfettamente con la voce di Brian, creando uno splendido contrasto che intensifica il mood complessivo della canzone, dando quasi la sensazione –insieme al beat lento ed etereo– che il tempo si sia fermato.

Every single night I’ve been stayin’ up
My imagination’s takin’ flight and it’s takin’ off
And my time is slowly tickin’ now, I don’t wanna wait anymore
Don’t wanna be erased, wanna make a change

Tecnicamente abbastanza pulito, quest’album non è certamente un capolavoro, soprattutto considerati i testi che parlano della vita dell’artista senza però scendere sufficientemente in profondità e dando una sensazione di incompiutezza, di carenza; tuttavia, tenendo presente la giovane età di Brian, le fondamenta indubbiamente solide che ha gettato e la professionalità dell’etichetta indipendente 88rising che lo supporta, si intuisce un ampio margine di miglioramento per il ragazzo, ancora grezzo, ma che può perfezionarsi con la giusta quantità di esperienza.