Due anni fa, con Layla’s Wisdom, Rapsody si è dimostrata essere una degli artisti più validi del panorama mondiale e, seppure con un seguito ancora relativamente basso considerato il suo valore, ha guadagnato la stima di colleghi, critica e appassionati del genere. Quest’anno con Eve è riuscita a consolidare questa sua posizione.
Nonostante non sia ai livelli del precedente, considerato da molti già un classico, il suo nuovo album sfoggia comunque un talento invidiabile e conferma senza ombra di dubbio la sua attitudine e le sue capacità.

First time I ever saw your face I fell in love just like that
I know your burden gets bad, you take and carry my bags
We cry together, hold you down the days you broken and sad
And I’ma always keep it real, no I don’t care if you mad
I’m here to make you better, I’m just like Coretta in fact
See only Kings would understand just how that metaphor match

Eve è un concept album: ogni canzone ha come titolo il nome (solo quello senza cognome) di una donna di colore più o meno potente o di successo dei giorni nostri e non, prime fra tutte Eva e Hatsepsut. Data la premessa è facile intuire quali saranno i temi presenti all’interno del disco: le donne di colore e la loro posizione nella società e nel mondo dello spettacolo, i loro problemi e i loro punti di forza, il tutto “catalogato” in base a ciò che rende famosa la persona che dà il titolo al singolo brano. Questo, però, è un’arma a doppio taglio perché se da una parte fornisce coesione e unità all’intero progetto, dall’altra a lungo andare stanca e inizia abbastanza presto a diventare ridondante e ripetitivo e si rivela al contempo punto di forza e debolezza dell’album.

They gon’ make a sister act up, Angela Bassett
Blow the whole car up, I ain’t even gassin’
I’ma go worldwide, I’ma go NASA
Yeah the arm strong, you can get it if you askin’

Il sound è leggermente più vario rispetto all’album precedente, esplorando influenze molto diverse tra loro: c’è spazio sia per i banger d’ispirazione Trap come Oprah e Serena, i beat giocosi e ironici carichi di “bounce” come Whoopi, i tributi all’R’n’B degli anni ’90 come Aaliyah, tracce più calme e Jazz come Maya, suoni più Soul e Blues come Ibtihaj e Hatsepsut e il gusto più classico anche della vecchia West Coast come Sojourner e Afeni. Le influenze sono numerosissime in quest’album e tutte sfruttate in maniera più che magistrale; anche il modo in cui vengono poste una accanto all’altra non permette a due brani molto diversi tra loro di stonare, catturando da subito l’attenzione e tenendola alta fino alla fine.

Is a loss a blessing? Only a few of my friends died
I know another side of graves, some always at a graveside
Bad boys was the only ones I liked
Most my ex-boyfriends all got two strikes

Le collaborazioni segnate sulla tracklist sono un’infinità e la maggior parte di esse non fa veramente la differenza, ma quelle importanti sono riuscite al meglio. Abbiamo D’Angelo con un ritornello niente male e Gza con una gran bella strofa in Ibtihaj, l’incredibile JID in Iman che esegue alla perfezione, anche se avrei preferito sentirlo in un pezzo più impegnato e non uno che parla puramente di sesso (JID è noto per le sue strofe su temi sociali più controversi), la sua più grande ispirazione Queen Latifah in Hatsepsut che ci regala una strofa carica di sentimento sull’importanza delle madri (metaforicamente regine che crescono futuri re) e ultimo ma non ultimo J. Cole –anche noto come “L’uomo che rappa meglio nei pezzi degli altri che nei suoi”– che ci racconta quali sono stati i suoi traumi durante il proprio percorso di crescita e ci parla di come ha dovuto sopprimerli per non sembrare debole agli occhi di chi aveva intorno, comportamento altamente tossico.

Yeah, stay movin’ forward and elevate from the floor
And the old you had big drive, the new you drive like Delorean
Until you do more than Lauryn
The future’s important, they tell me, do what you can
Man, I’ma do it like Jordan
Gotta check myself, Mama
Told me, just like old Morgan, free man
A caged bird sings a song for freedom

Il problema del disco, come già detto, è la ripetitività degli argomenti, soprattutto considerando che molti dei temi si intrecciano tra loro o che spesso uno è causa o conseguenza dell’altro è molto facile che un tema compaia in più canzoni, non necessariamente affrontato da un punto di vista differente. L’altra pecca è il fatto che tutto l’album vuole essere un’ode alle donne di colore e, in quanto tale, risulta monodimensionale e l’analisi che Rapsody vuole fare non va sufficientemente in profondità: un argomento del genere va analizzato a partire da ciò che c’è di positivo e di negativo in una persona, giungendo poi alla realizzazione finale del suo potenziale. Ciò non è presente in quest’album che fa della conclusione la premessa omettendo (quasi del tutto) i lati negativi inevitabilmente presenti in qualsiasi essere umano. Intento che, seppur nobile, crea una sorta di apologia più che un’analisi vera e propria.

Al netto di pregi e difetti, Eve è veramente un bel disco e la penna di Rapsody è affilata e in forma, riesce a catturare la mente e a disegnare immagini vive e reali, sancendo definitivamente la rapper come una dei migliori nella scena attuale. Un altro lavoro ben riuscito che non ci farà vedere l’ora di ascoltare il prossimo.