Come approcciarsi di fronte a un disco del genere? Troppo facile inneggiare all’ennesimo capolavoro. Quasi impossibile bocciare il lavoro di una band del genere. Perchè ormai i Radiohead sono questo. Praticamente intoccabili. E con merito. Nessun gruppo, negli ultimi vent’anni, è stato in grado di portare avanti con tale coerenza il binomio qualità e quantità. Proprio per questo motivo l’hype attorno all’album era altissimo. Oltre che per le informazioni date dalla band, che avevano accresciuto l’ansia e il mistero tra gli addetti ai lavori e non: qualche vaga dichiarazione, qualche foto enigmatica sui social e poco altro. Il lancio è stato repentino quanto imprevedibile, in pieno stile Radiohead (in particolare da In Rainbows in poi). Dopo aver mandato via mail un oscuro volantino con la scritta “Burn The Witch” sono scomparsi dal web resettando i loro profili sui social e il loro sito, con una semplice schermata bianca. Il tutto si è risolto nel giro di una manciata di giorni, con i primi due singoli e l’annuncio dell’uscita dell’album appena due giorni dopo.

Eccoci presentato, dunque, A Moon Shaped Pool. Questo il titolo della nona fatica dei Radiohead. La produzione è stata guidata da Nigel Godrich, come sempre, ormai considerato da molti come il sesto Radiohead. Un album frutto di una lunga gestazione, iniziata nel 2012. Un periodo di tempo, forse, relativamente lungo considerando che quasi metà dei brani erano già stati eseguiti dal vivo o composti diversi anni prima: “Burn The Witch” era stato realizzato durante le sessioni di registrazione per Kid A, “True Love Waits” risale al 1995 mentre “Identikit” e “Ful Stop” erano state suonate durante il tour del 2012. Già questo potrebbe far storcere il naso a molti. Ma all’ascolto la questione cambia e ciò che poteva apparire come una raccolta di scarti inediti assume le sembianze di un vero e proprio album in grado di brillare di luce propria. Una luce che non scalda ma che congela ed eterna i battiti del cuore. Una luce eterea ed estatica. La luce che potremmo trovare sulla Luna.

L’impressione è quella di trovarsi di fronte alla summa dei Radiohead. No, neanche questo perchè i toni e gli stilemi tipici variano. Non di fronte a una summa, dunque, ma al termine di un viaggio. Come se ora fosse giunto il momento di fermarsi e di guardarsi indietro per unire i puntini. In questo senso acquisiscono maggior valore quelli che a prima vista potevano apparire come scarti. Che alla fine scarti non sono. Semplicemente non era il momento perchè non avrebbero avuto lo stesso effetto che hanno oggi. Sono brani sopravvissuti alla prova del tempo, la prova più ardua da superare. La medesima che i Radiohead hanno superato, alla grandissima sarebbe da aggiungere.

Il lavoro dei Radiohead non si è fermato alla semplice ripresa ma è andato oltre rielaborando i brani del passato e cambiando l’attitudine. Se prima l’interiorità di Thom Yorke era un tramite, un medium, attraverso il quale trasmettere un messaggio universale, ora diventa essa stessa il fulcro dell’album. Grande spazio viene dato alla recente separazione con la storica compagna Rachel Owen con la disperata richiesta “Just don’t leave / Don’t leave” di True Love Waits, che qui ritroviamo spogliata dal suo precedente arrangiamento acustico. La rassegnazione nella voce di Thom è accompagnata da uno scarno ed echeggiante pianoforte. E proprio questo brano e “Daydreaming” fanno da snodo fondamentale dell’album rappresentandone appieno gli umori dimessi ed intimistici. In particolare il secondo ne incarna il punto più alto e per parlarne non possiamo prescindere dal video, diretto da Paul Thomas Anderson, in cui troviamo un Thom Yorke, smarrito e dal passo incerto, errare in edifici e stanze senza un apparente ordine logico. Assieme a ciò, un delicato pianoforte e synth eterei, apparentemente innocui, non fanno altro che aumentare l’ansia per lo smarrimento, in un meraviglioso climax che si risolve attraverso il contatto diretto con la natura.

A Moon Shaped Pool si rifà in un certo senso a In Rainbows. La differenza sostanziale è ben esemplificata dalle rispettive copertine. La prima è dominata dal candore del bianco e del grigio la seconda vedeva un tripudio di colori dai toni accesi. A Moon Shaped Pool, dunque, come ogni album dei Radiohead, mantiene la sua pretesa estetizzante cercando di integrarla con il bisogno di purezza ed essenzialità. Un ritorno alla semplicità. Niente è fuori luogo, niente stona, tutto è al suo posto e in quanto tale si sublima. A partire dai violini nevrotici del primo singolo, “Burn The Witch”, per poi passare all’assolo finale di “Identikit” e al folk di “Desert Island Disk” fino alle tinte jazzy di “The Numbers”.

La vena esistenziale e rassegnata e l’utilizzo del pianoforte fanno da Leitmotiv dell’intero disco. In particolare quest’ultimo diventa preponderante rispetto alla contaminazione elettronica e all’utilizzo delle chitarre che aveva caratterizzato i lavori precedenti. Un pianoforte privo di virtuosismi, le cui note, spesso echeggiate, si fanno portatrici, in maniera speculare, della malinconia disperata di Thom Yorke, dandole maggiore profondità e sensibilità. Come in “Decks Dark”, di influenza portisheadiana, dove prevale ancora il dramma personale della separazione (“Have you had enough of me?”). O nella bellissima e delicata “Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief”. La tematica è quella della natura e il titolo riprende una nota filastrocca inglese per bambini, forse metafora dell’innocenza infantile, necessaria per ritrovare il contatto con essa. Discorso a parte per l’angosciosa “Ful Stop” con il suo basso straniante e la batteria in riverbero che accompagnano la voce profetica e sussurrata, ai limiti della disperazione, di Thom Yorke (“Truth will mess you up / Truth will mess you up”).

Non è un album facile. Richiede numerosi ascolti per essere compreso e per metabolizzare quei passaggi apparentemente disomogenei e caduchi, che, a prima vista, possono disorientare. Salvo poi acquisire senso e spessore in relazione al disco, nella sua interezza, e ai toni intimistici delle liriche. Ascoltatelo, perchè ne varrà la pena.Se dovessimo pensare alla produzione dei Radiohead come ad una galassia e agli album come le varie costellazioni, la costellazione di A Moon Shaped Pool sarebbe, forse non la più bella, ma certamente la più luminosa.

 

Filippo Greggi