Immaginatevi un’alba invernale, i prati coperti di brina e il sole appena accenato, offuscato da banchi di nebbia interminabili. Spostate poi la vostra attenzione verso le fabbriche, il grigiume e la graduale distesa di asfalto e cemento delle periferie urbane. Ecco ora considerate questi due scenari, soppesateli attentamente e, come due pezzi di selce sui palmi delle vostre mani, scagliateli l’uno contro l’altro. Tra le macerie potrete trovare schegge di alienazione e caos tanto quanto fredde scintille di pace e natura. Da queste macerie nasce e prende forma On Dark Silent Off, ultimo lavoro dei Radian.

Un primo tratto saliente dunque è questo contrasto, che percorrerà tutto il disco, tra elementi opposti e rielaborati nella loro complementarietà. Ordine e disordine, silenzio e suono, melodia e rumore.
“Blue Noise, Black Lake” è una traccia emblematica in tal senso. Costruita su un sample di sax, manipolato all’estremo, di Mats Gustafsson, alterna silenzi saturi, percussioni glaciali e un finale infernale, colmo di distorsioni.
Rilevanti ed efficaci sono come si accennava queste batterie scarnificate, a fare da filo conduttore di ogni brano, dando un suono molto crudo quasi rozzo (che vagamente potrebbe ricordare i Dirty Three) reinterpretato in chiave industriale.

Per una band strumentale i suoni sono essenziali e i Radian li risaltano magistralmente. Essi vengono distillati, condensati ermeticamente per sottrazione dai tre membri, Martin Brandlmayr (batterie, elettronica) John Norman (basso) e il subentrato Martin Siewert (chitarre, elettronica). Tutto ciò porta ad introdurre e riqualificare suoni insignificanti e quotidiani che sfociano in atmosfere a tratti cinematografiche. Come nella cacofonia di “Codes and Sounds” che anticipa e prepara, aumentando la suspence nell’ascoltatore, l’odissea sonora di “Rusty Machines, Dusty Carpets”.

“Pickup Pickout” ci introduce in scenari desolati con la sua marcia apocalittica a base di synth cocenti. Un inizio cupo che accenna, in qualche intermezzo, a spiragli di luce prefigurando la cifra stilistica di un disco in cui analogico e digitale convivono contaminandosi vicendevolmente in perfetto equilibrio. Di analoga fattura “Scary Objects” dall’incedere industrial.

I Radian si avventurano in quel territorio, non bene identificato, tra art e post rock a loro congeniale operando una sorta di destrutturazione sonora andando a dilatare e ridefinire due generi i cui fragili contorni si mostrano nuovamente aperti alla sperimentazione (in questo caso rilegata al massiccio uso di elettronica). In quest’ottica vanno iscritti tutti gli elementi sopracitati, quali la concentrazione del suono e la messa in gioco di analogico e digitale.
I due brani più audaci su questa scia sono “Recreate Loved Objects”, con i suoi arpeggi delicati in un ossimorico caos calmo, e “On Dark Silent Off”, dalle tinte noir di reminiscenza portisheadiana poi messe da parte per lasciar spazio a feedback e distorsioni.
All’ascolto appare forte l’improvvisazione del trio nella realizzazione del disco, salvo poi soffermarsi sui singoli brani e vedere come in realtà ogni cosa sia al suo posto, nè prima nè dopo, nè più nè meno.

Tuttavia questo bilanciamento di opposti su cui poggia On Dark Silent Off ne rappresenta anche l’unica nota dolente. Non si prende mai una posizione netta, lasciando l’amaro in bocca all’ascoltatore anch’egli diviso, a tratti spaesato, e mai pienamente trascinato da quelle che rimangono delle ottime canzoni.
Ma forse è indebito chiedere ad un gruppo, che ha fatto della freddezza e dell’impersonalità alcune delle caratteristiche principali della propria musica, di arrivare al cuore delle persone.

Filippo Greggi