Quando Trump è stato eletto i forti movimenti di protesta erano immaginabili ed inevitabili, non mi aspettavo però che trovassero così tanta forza (e visibilità) in un punk che suona come minimo 30 anni vecchio. Ok, i Priests sono nati prima della corsa di Trump alla casa bianca, e questo fa di loro una band di opposizione alla cultura capitalista, (“Barack Obama killed something in me and I’m gonna get him for it.”) dove il format rimane uguale, da Lydia Lunch a oggi.  Però bisogna dargli merito, si sono sempre fatti il culo per i loro ideali, hanno formato la propria etichetta (Sister Polygon Records), promosso artisti “scomodi”, creato una piccola scena a Washington D.C e organizzato il “No Thanks: A Night of Anti-Fascist Sounds” la notte dell’inaugurazione di Trump. E tutto questo è da ammirare.

Nothing Feels Natural è il loro primo album, molto atteso dopo la pubblicazione di due ep negli scorsi quattro anni. Dietro c’è un oceano in tempesta: condizioni finanziare pessime, lavori servili e disoccupazione non sono i testi delle canzoni, ma le vite dei quattro componenti. Katie Alice Greer, cantante del gruppo, ha pubblicato un lungo articolo su SPIN sulla condizione di povertà dell’America e il fallimento del sistema capitalista dimostrando che il loro atteggiamento non è una scusa ad una vita personale di merda, ma rimanda ad un forte ideale.

Se il loro primo approccio alla musica era fare qualcosa di intenzionalmente non orecchiabile/ascoltabile, (“se alle persone non piace la nostra musica vuol dire che andiamo bene”) con Nothing Feels Natural, beh, hanno fallito. Nel senso che nell’album, per fortuna, ci sono intermezzi jazz, indie pop e melodie post-punk. Già il sassofono alla fine dell’incazzata e isterica “Appropiate” porta il gruppo al di sopra del “solito” punk passando poi dal surf rock alla new wave in “Ji”.

Siamo talmente bombardati dalla politica e dal nichilismo che li troviamo anche nelle scatole dei cereali, figurati nelle melodie della titletrack, un monologo assolutamente creativo sulla (anti)moralità umana. Lo stream of consciousness di “No Big Beng” è claustrofobico, un racconto di ansia esistenziale che scorre fluido in mezzo a una ritmica ipnotica e noise. Lo so, avete già sentito queste storie, ma fino a quando non vi entreranno in testa gruppi come questo le ripeteranno.

Per la maggior parte dei quattro, i Priests sono la prima band, questo sorprende per il loro atteggiamento maturo verso la musica, per la mania verso la perfezione che gli ha fatto registrare l’album due volte, una a Olympia, la seconda in intimità a Washington. Rimangono comunque dall’etica DIY e attivista, con canzoni come “Pink White House” e l’ironica “Puff” (“Achieve your dreams Burger King”) che si avvolgono in una sovrastruttura politica.

La domanda tanto attesa: ha senso suonare questo punk che sa di anni ’90? Se serve a svegliarci e a farci sentire più umani, sì. Se serve come sfogo di un’America a pezzi, sì. Se serve come innovazione ed evoluzione della musica, certamente no. Il fatto è che i Priests sono di una lucidità squisita, uno squarcio al nuovo american dream. La colonna perfetta per un episodio di Shameless. E questo basta.